domenica 14 febbraio 2016

Basta una città in fiamme a far sbandare un mercato editoriale?


Ci siamo: il 16 febbraio uscirà anche in Italia Città in fiamme di Garth Risk Hallberg. La città in questione è New York e di questo libro si è iniziato a parlare ben prima della sua pubblicazione in USA lo scorso ottobre con la casa editrice Knopf.

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Tutto è cominciato nel 2013, con un’asta per i diritti di questo mastodontico romanzo di 997 pagine di un autore sconosciuto che insegna scrittura creativa al Sarah Lawrence College, asta che è arrivata alla cifra di 2 milioni di dollari, trasformando Città in fiamme nel caso letterario dell’anno ben prima che fosse possibile leggerlo. Se è vero che a dicembre 2015 il Guardian pubblicava un articolo che ci dimostrava che dal 1999 a oggi i romanzi in lingua inglese diventati best seller sono il 25% più lunghi dei loro predecessori, è ancor più vero che i casi più osannati sono i cosiddetti romanzi seriali (After e sfumature varie in testa) con pochi personaggi ben definiti, le cui storie si intrecciano all’infinito replicando situazioni e relazioni, in una sorta di tiepido limbo narrativo senza scossoni che punta a rassicurare il lettore offrendogli esattamente ciò che si aspetta.

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Garth Risk Hallberg
Città in fiamme di Hallberg però non sembra seguire questo schema. Inizia con un delitto nell’ultima notte del 1976, ma non è giallo, verbalizza il flusso di pensiero dei suoi personaggi arrischiandosi a offrire in ogni capitolo un punto di vista diverso, ma non è un romanzo piscologico; si dilunga in pagine e pagine di particolari sui movimenti punk nella New York anni’70, sul sesso libero, il Vietnam e le proteste violente che divampano nella città, ma non è un romanzo storico o dallo sfondo sociale.  È lo stesso Hallberg che in un’intervista rivela al Guardian che non è semplice definire la sua opera e nei primi quattro anni in cui vi si è dedicato «mi sembrava di avere fra le mani qualcosa di davvero impubblicabile». Paragonato a Donna Tartt e a Marlon James, Hallberg ritiene che molta della fortuna della sua opera dipenda dalla volontà insana di «lavorare a qualcosa di impossibile», senza pensare a quante persone stavano tentando un esperimento come il suo e a quanti romanzi sarebbero usciti in contemporanea parlando di omicidi, New York o i mitici anni settanta.

Michiko Kakutani, temibile critica del New York Times, ha definito Città in fiamme: «a stunning first novel and an amazing virtual reality machine» (un’inattesa e meravigliosa opera prima e una splendida macchina per la realtà virtuale), incitando i suoi lettori a non lasciarsi scappare le mille pagine di Hallberg che riescono a riprodurre (pur se l’autore non l’ha vissuta) il feeling della New York anni ’70 con una «bravura» (Kakutani usa proprio questo termine in italiano) che fa pensare a scrittori come Fitzgerald, Salinger, Price e Dickens.

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Le critiche positive non si contano e qualche giorno fa Paolo Giordano, su La Lettura, in preparazione dell’uscita dell’edizione italiana di Città in fiamme per Mondadori, lodava l’abilità camaleontica di Hallberg, capace di saltare da uno stile narrativo all’altro senza oscillazioni, inondandoci di personaggi, cui riesce ad aderire «così tanto da poterne riportate agilmente il flusso di pensieri».


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Paolo Giordano
Per fortuna qualche voce dissonante c’è, penso a Louis Menand sul New Yorker, che condivide l’idea originale di Hallberg dell’“impubblicabilità” dell’opera, sostenendo che il romanzo ha almeno quattrocento pagine di troppo dovute all’eccesso di dettaglio e di parentesi che l’autore si concede, non pensando al povero lettore.

A questo punto la domanda che serberemo fino a quando non avremo il coraggio di sollevare le 997 pagine di Hallberg sarà: basta davvero una città in fiamme a far sbandare un mercato editoriale?



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