domenica 9 ottobre 2016

Eccomi. La ricerca della felicità secondo Jonathan Safran Foer


Dopo undici anni di attesa è uscito a settembre in Italia (qualche giorno prima che in USA) il terzo romanzo di Jonathan Safran Foer: Eccomi.




Urla, scalpiccii, mani che battono furiose. Le tavole del teatro milanese Franco Parenti rimbombano all’arrivo dell’autore in una delle tappe italiane del tour promozionale organizzato dal suo storico editore (Guanda), come se fossimo all’Albert Hall a Londra e non volessimo proprio lasciare andare l’orchestra che conosciamo e ci ha deliziati per ore. All’unisono battiamo un piede contro il legno del pavimento in un plotone di entusiasmo che sbriciola ogni resistenza. «Eccoci», sembriamo dire, mentre ci giriamo a osservare un uomo magro, ex ‘enfant prodige’ della letteratura statunitense, oggi scrittore maturo, che passa velocemente in mezzo a una piccola folla di lettori devoti, come se cercasse qualcosa in terra con quegli occhiali d’osso fin troppo tondi e non fosse ancora a suo agio con la barba (ma c’è ancora qualche uomo che osa mostrarsi in pubblico senza?) che solo in parte riesce a convincerci che Jonathan Safran Foer è alle soglie dei 40 anni (li compirà il prossimo febbraio).



Divenuto famoso, all’età di 25 anni, per il suo romanzo di esordio, Ogni cosa è illuminata, storia autobiografica di un ragazzo ebreo americano che parte per l’Ucraina alla ricerca della donna che salvò suo nonno dalla deportazioni naziste, donando così a lui un’opportunità di vita, Jonathan Safran Foer ha dimostrato, fin dagli esordi, di cercare l’eccezionale nella vita che gli passa accanto, che sia quella di suo nonno o di un ragazzino di nove anni alla ricerca di un modo per superare il dolore per la morte del padre (l’Oskar Schell di Molto forte incredibilmente vicino del 2005). Un eccezionale che ha bisogno di irrompere nella vita grazie a una decisione inattesa, che a prima vista può sembrare insensata, senza possibilità di risolvere i problemi di chi l’ha presa, ma che, alla fine, conquista il lettore proprio grazie alla sua tenacia disarmante.



Con Eccomi, Safran Foer non cambia territorio di caccia emotivo, ma prospettiva. Ci racconta la storia di una famiglia ebrea americana (Jacob, Julia e i loro tre figli) in cui è l’oggi a interessare l’autore. Un oggi in cui non viene messo in atto alcun gesto fuori dagli schemi, un luogo dove l’eccezionale si muove dentro a ogni attimo in cui questo gruppo eterogeneo di individui tenta di trovare una ragione per rimanere insieme. Questo cambio di approccio rispetto ai romanzi precedenti, ha effetti sul ritmo e sull’attenzione ai dettagli di Eccomi, il primo rallenta, la seconda si moltiplica nelle mani di un narratore onnisciente, che condivide con il lettore ogni suo dubbio sui pensieri e le azioni che muovono i personaggi, come se volesse farci vedere non solo la sua opera, ma anche l’impalcatura e gli strumenti che ha usato per realizzarla. Safran Foer passa dalla descrizione dei segreti della mente di un personaggio all’altro, trasformando ogni sospiro in un baratro di attese e piccole ripicche, fino a farci arrivare al punto in cui non si è più disponibili a fare due chiacchiere con se stessi. E allora Eccomi diventa un libro sulla fuga da se stessi, come ci racconta l’autore: «Il libro è un sommarsi e un incrociarsi di temi politici, sociali, emozionali, ma non è un libro sull’ebraismo, né su una famiglia che vive oggi a Washington. È la storia di esseri umani che si muovono alla ricerca di un senso. Grazie a loro, possiamo osservare come due persone si lavano i denti e facendolo hanno spesso le conversazioni più importanti della giornata o come una persona rimanga a fissarsi a lungo a uno specchio senza alcuna ragione, ma con un mondo dentro da descrivere. Quotidianità che i protagonisti vivono come un intralcio per arrivare alla felicità cui tendono. Ecco perché il romanzo si intitola Here I am (Eccomi), loro non si sentono mai pronti a dirlo, scappano dalla quotidianità per puntare a una vita diversa, ma al contempo non sono in grado di capire qual è la vita che vorrebbero vivere rispetto a quella che vivono».

 


Jacob e Julia sono ancora una coppia unita, una coppia che si ama, una coppia che, come tantissime altre, appare dall’esterno capace di fare bene tante cose tutte insieme, gestendo l’equilibrio precario dei desideri di 5 individualità. Efficienti. Lo sono non v’è dubbio. Ma l’autore ci suggerisce che tanta efficienza esterna ha minimizzato quella interna, perché per essere così bravi a gestire, incastrare, ascoltare, controllare, educare, lavorare e amministrare, Jacob e Julia devono smettere di concentrarsi sui bisogni della loro anima. Questi vengono smussati, giorno dopo giorno, dalla burocratica e appiattente quotidianità, che sembra porre continui micro problemi da gestire, solo per divorare le persone che con loro si confrontano. Persone che non sono stupide e perciò si accorgono che qualcosa si sta sgretolando, ma non sono disposte ad ammetterlo, perché vorrebbe dire arrendersi, dichiarare che tutto quello che si è fatto, tutto quello a cui si è rinunciato in nome della famiglia è stato un inutile spreco. Così si rintanano in se stessi e aspettano qualcosa che li porti via, soffrendo. «La distanza che separa l’ammettere dall’accettare è la depressione». Mai frase fu più dolorosamente vera.

 


Quando ha cominciato a lavorare a questo romanzo Jonathan Safran Foer voleva essere fiero del risultato: «La cosa più difficile dello scrivere non è tanto mettere insieme frasi di impatto, creare un flusso narrativo con un buon ritmo o dei personaggi credibili, tutti possono riuscirci se si impegnano abbastanza. La sfida è scrivere un libro di cui essere fiero, un libro che possa mantenere vivo l’interesse per tanto tempo». Se l’obiettivo è stato raggiunto ce lo diranno i lettori, non solo i contemporanei, ma quelli che verranno; l’autore ha detto di essere orgoglioso del risultato e non possiamo biasimarlo. Safran Foer riesce a rendere con grande naturalezza i dialoghi, regalandoci personaggi solidi, in cui chiunque abbia avuto una famiglia come figlio o ancor meglio come genitore, potrà ritrovarsi e i fanatici (io sono fra loro) di frasi che illuminano la pagina e accendono la mente, non rimarranno delusi. Certo, l’inizio stenta un po’ a coinvolgere il lettore, anche per la presenza, a volte ingombrante, del narratore onnisciente che preferisce raccontarci subito cosa hanno in testa i personaggi, piuttosto che farcelo scoprire. Così come alcuni temi del romanzo decisamente suggestivi (un esempio è il contrasto fra il ‘dentro’ delle cose e delle persone e il loro ‘fuori’) tendono ad essere ripresi troppo spesso nel corso della narrazione indebolendone l’effetto.    

 

Ma la valutazione finale, quella che conta davvero, sta ai lettori, quindi forza, questo è un libro a cui rispondere: “Eccomi!”. E se alla fine non sarete d’accordo con tutte le scelte del suo autore e dei suoi personaggi, non le avrete capite o giustificate fino in fondo, sarete comunque soddisfatti perché, come ci ricorda Jonathan Safran Foer: «se capisci tutto devi essere male informato».

 

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