domenica 30 ottobre 2016

La prima volta di un americano al Man Booker Prize

L’anno scorso era toccato a Marlon James con il suo A Brief History of Seven Killing, Breve storia di sette omicidi (Frassinelli) riuscire, da perfetto outsider, a vincere il Man Booker Prize, il più blasonato tra i premi britannici dedicato ai romanzi in lingua inglese. James aveva dovuto sopportare ogni genere di rifiuto (secondo l’autore ben 78 dinieghi) prima di riuscire a pubblicare il suo libro con una piccola casa editrice indipendente. Un romanzo lunghissimo (668 pagine) e intricatissimo (con ben 75 personaggi, ambientato a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento in Jamaica), una storia lontana anni luce dalla ricetta di un buon bestseller: ritmo che non lasci il tempo di fermarsi a riflettere, struttura semplice, pochi personaggi, scrittura così lineare da apparire a volte asettica, una trama in cui sia facile per il lettore trovare delle assonanze con la propria vita. Tutto si può dire di A Brief History of Seven Killing tranne che risponda a queste regole. Eppure, dopo autori del calibro di V.S. Naipaul, Nadine Gordimer, Salman Rushdie, J.M. Coetzee, Ian McEwan e Howard Jacobson, il Man Booker Prize (il cui “Man” non si riferisce al sesso dei vincitori, ma al nome del gruppo di investimento Man Group che sponsorizza il premio nato nel 1969), ha premiato un altro outsider: il 54enne Paul Beatty, con il suo romanzo The Sellout, edito dalla stessa Oneworld che aveva evitato che i rifiuti opposti a Marlon James diventassero 79. 


Satira al vetriolo sulla società americana, The Sellout (edito in Italia da Fazi con il titolo Lo schiavista) fa incontrare al lettore Bonbon, uomo rassegnato a vivere l’esistenza di un nero della lower-middle-class a Dickens, ghetto alla periferia di Los Angeles. Dopo aver trascorso l’infanzia a fare da cavia per una serie di improbabili esperimenti sulla razza da parte di un padre sociologo, Bonbon si trova presto a doverne gestire il funerale, ma è solo l’inizio delle sue sciagure, perché Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. Così Bonbon dà inizio a un altro esperimento, ben più originale di quelli che aveva messo in atto suo padre: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto


A cavallo fra satira e attacco diretto al sistema sociale ed economico made in USA, questo romanzo, il primo scritto da un autore americano ad aggiudicarsi il britannicissimo Booker Prize, forse anche grazie alla scelta del tema, è stato paragonato dal presidente della giuria ai primi lavori di Jonathan Swift o Mark Twain, poiché «mentre vieni inchiodato alla pagina, vieni anche spinto a mettere in discussione ciò che leggi e ciò che conosci. […] tutto questo con una verve fenomenale e un’energia narrativa invidiabile».



Insomma le premesse per correre a comprare questo libro ci sono tutte, anche per scoprire se ha ragione l’autore quando dice che «questo romanzo non cerca di lavorare sulle emozioni ma sulle domande che il lettore si fa guardando la società che ci circonda, domande che spesso cerchiamo di rifiutare a priori». 
A proposito di rifiuti, The Sellout non è arrivato al traguardo dei 78 rifiuti da parte degli editori prima di essere pubblicato, totalizzandone ‘solo’ 18 e non perché non piacesse. «Quando sento gli editori dire che hanno trovato un libro che gli è piaciuto molto che non possono pubblicare, non riesco a comprendere di cosa stiano parlando. Mi piacerebbe pensare che esistano ancora editori capaci di dirti che il libro che hanno fra le mani non venderà e ciononostante non possono fare a meno di pubblicarlo. Forse sono un romantico». Forse, ma ci piace pensare che un po’ di questo romanticismo sia rimasto nascosto fra i manoscritti che bivaccano sulle scrivanie degli editori italiani e che, presto, qualcuno riuscirà a ritrovarlo.


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