domenica 3 giugno 2012

Una parola, un verso: ventinovesima - piluccare.


Quando il giorno è troppo chiaro, anche a pochi passi dall'alba e le rondini troppo insistenti, nel silenzio frusciante che incolla le loro ali sopra la mia testa, si contorce in me un sentimento di angoscia che deve trovare la sua strada. Allora inizio a vagare davanti ai libri, che mi squadrano con disappunto, immersi nella loro parabola perfetta. Hanno la loro storia ed è completa e decisa e giusta. Con fastidio, mi trovo a piluccare dal mio grappolo di ansie e scelgo quella che meglio si adatta al libro che la mia mano nel frattempo già ha scelto, sorretta dalla paura che l'errore stia già chiudendo l'accesso ai suoi perché. 


Riscopro così una minutissima gialla paura, racchiusa in 128 racconti, che sembran sospiri, ponti fatti di niente, di ultime parole che non sono speciali, rivelatorie o crudeli, eppure son lì, esistono ancora, mangiano le finte nostre certezze in un attimo quieto, così complesso da gestire. 

La paura di non esser mai stato, si accomoda in me, poltrona già usurata, traballante, pronta a cambiare colore e destino pur di avere sotto rotelle nuove che la muovan lontano, solo un po' più oltre l'idea che si è mossa e tace per non esser risucchiata da un "è tardi, è tardi lo sai".

«Mi sono sempre sentito affannato e fuori posto nella vita. Adesso finalmente riposo tranquillo e in pace nella tomba vicino alla mia. »

«A me di tutte le cose che c’erano nel mondo mi manca solo l’aria.»

«Sono sempre stato un ottimista. E va bene anche così»

«Io sono morto quando ancora si moriva veramente.»

«Il giorno di Pasquetta. E anche il giorno dopo. Sì, perché quando si comincia a morire non si finisce più»

«Quel vago fastidio che era sempre stato il mondo, quel vago fastidio di essere al mondo è finito all’improvviso.»

«L’ultimo mio respiro è stato un respiro da formica. È stato così piccolo che nessuno lo ha notato.»        

«E allora infilai la testa nel mondo come un bambino che infila le mani nella calza della befana.»

Estratti da Cartoline dai morti  di Franco Arminio – 2010, nottetempo editore

Una parola, un verso: ventinovesima - piluccare.
piluccare v. tr. [lat. *piluccare, der. di pilare «pelare»] (io pilucco, tu pilucchi, ecc.). – 1. Staccare a uno a uno i chicchi di un grappolo, per mangiarseli: pl’uva2. fig. letter. Tormentare, affliggere, generalm. in modo continuo, consumare a poco a poco: ov’el sentia la piaga De la giustizia che sì li pilucca (Dante) 
(fonte: www.treccani.it



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