domenica 1 febbraio 2015

Cosa fa di un grande romanzo un magnifico film? Uno sceneggiatore di fronte alla montagna Thomas Pynchon.


Basta un grande romanzo a fare un magnifico film? Certamente no e le varie trasposizioni cinematografiche o televisive di classici come Guerra e Pace, Ragione Sentimento, Lolita, Oliver Twist, fino all’abusatissimo Amleto shakespeariano dimostrano che sebbene la storia narrata possa riverberare sul film la passione di milioni di lettori, sono proprio questi ultimi i giudici più severi della pellicola ispirata al loro romanzo del cuore. 

Paul Thomas Anderson

Per evitare quest’effetto gli sceneggiatori seguono due vie. Possono appiattirsi sulla narrazione del romanzo, garantendo la massima precisione nella trasposizione dell’opera, che viene trattata dallo sceneggiatore come una reliquia, convinto che sarà quella devozione la chiave per assicurarsi il placet degli spettatori-lettori. Oppure riconoscendone il valore e la grande potenza narrativa, possono usarla come fonte d’ispirazione per la loro versione dei fatti
Questa seconda via è la più rischiosa perché può scontentare sia i lettori sia gli spettatori, ma è su questa che si gioca la possibilità di avere un magnifico film. Certo, le difficoltà aumentano se il romanzo prescelto non è un testo universalmente noto, né tantomeno ha una struttura narrativa classica (situazione iniziale, rottura dell’equilibrio, evoluzione della vicenda, scioglimento, situazione finale) ma è frutto della mente paranoide e ipertrofica di uno degli esponenti più importanti del postmodernismo in letteratura
Stiamo parlando di Thomas Pynchon e del suo romanzo Inherent Vice (edito in Italia da Einaudi con il titolo di Vizio di forma). Definirlo un noir è depistare il lettore, così come tentare di racchiudere la trama in poche righe. La storia, come in altri romanzi di Pynchon, è secondaria (e spesso davvero complessa da decifrare). Come sostengono i suoi tanti lettori (qualcuno parla di fan devoti) ciò che conta è il mood che trasmette, quella sensazione che Paul Thomas Anderson (regista e soprattutto sceneggiatore americano di film come Boogie Nights, Magnolia e The Master) definisce «a sweet, dripping aching for the past», ossia una dolce, gocciolante malinconia per il passato. 
È questa nostalgia che ha catturato Anderson portandolo già nel 2010 a pensare a un possibile adattamento del romanzo di Pynchon pubblicato per la prima volta negli USA nel 2009. In un’intervista al The Guardian per promuovere l’uscita in Europa del film (oggi in anteprima nelle sale UK e da fine febbraio in Italia) Anderson si conferma un lettore-fan di Pynchon, innamorato della miscela di humor acido e di caos incontrovertibile di personaggi e storie che spira dai romanzi “pynchani”. 
Scrivere uno script partendo da sensazioni più che da un vero e proprio plot non è stato facile, Anderson aveva già tentato con Vineland e Mason & Dixon ma l’impresa era apparsa subito inarrivabile, poi ha letto Inherent Vice e ha capito che poteva riuscirci. Ha lasciato a lungo il romanzo sulla scrivania sopra un leggio, perché fosse sempre presente nella sua giornata. Ogni tanto andava ad aprire una pagina a caso, leggendo il primo dialogo che incontrava. Poi pensava al personaggio di cui aveva letto e provava a ricostruire la sua storia partendo da quel dialogo. Così è nata la sceneggiatura e così il regista statunitense si presenterà al vasto pubblico di lettori pynchani che proveranno quello che ha sentito Anderson quando ha visto il montaggio definitivo del film: drogati di celluloide che hanno appena finito di godere della loro dose giornaliera, mentre leggevano Raymond Chandler e ascoltavano i Fugs

Cosa fa allora di un grande romanzo un magnifico film? La passione dello sceneggiatore, la sua voglia di osare pur di condividere con gli spettatori le proprie emozioni e, nel caso di Thomas Pynchon, una dose giornaliera di dialoghi apparentemente casuali.   

 

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