domenica 21 maggio 2017

Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf



Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all'autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmo narrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.



Una dimostrazione pratica di questo genere di imprese ce la offre Kent Haruf (scrittore americano che ha raggiunto la notorietà a 56 con il suo Canto della pianura con cui è stato anche finalista al National Book Award) nel suo Le nostre anime di notte (EnneEnne Editore, Milano 2017). Poco più di 160 pagine di perfette virate narrative nel più piccolo oceano che esista, una minuscola e polverosa cittadina del Colorado, accartocciata su se stessa, dove nulla dovrebbe accadere.


Eppure una storia c’è e non appena Haruf, con la sua padronanza dell’essenziale, ce la svela, ne veniamo attratti come falene da un manto di stelle che sembra essersi avvicinato così tanto alla Terra da poter essere toccato. Le stelle in questione, sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, due anziani vedovi che decidono di fare quanto di più sconveniente ci sia, affermare che hanno ancora voglia di provare emozioni, condividerle, raccontarsele. Ed è forse qui uno dei segreti di questo romanzo: ognuno dei due personaggi ha decine di narrazioni al suo interno e non tutte vengono percorse dall’autore. Egli però le mostra, con la stessa delicatezza che avremmo noi se ci cadesse fra le mani il primo fiocco della prima neve: immobili a contemplare la meraviglia.


Leggere Le nostre anime di notte regala al lettore la stessa sospensione emotiva che abbiamo quando sentiamo di aver conosciuto una persona che potrebbe diventare importante nella nostra vita. Per un attimo vorremmo abbandonarla per sempre per paura di scoprire che ci deluderà. È quell’attimo che ci mostra Haruf e noi ne siamo ammaliati. Questo libro crea una poesia del movimento narrativo, trasformando l’essenzialità di una parola ‘comune’ in un distillato di sensazioni amplificate, come se il lettore potesse avvicinare il naso al bordo della cittadina dove Haruf ha nascosto i suoi personaggi per annusarne l’essenza.

Anche per questo Le nostre anime diventa una droga soave da cui non è possibile sganciarsi, possiamo solo immaginare la fatica e la precisione di ogni colpo di remo che Haruf ha spinto nelle acque narrative intorno agli iceberg di Addie e Louis, ciò che sappiamo è che ogni frase asciutta, ogni aggettivo mancante e ogni narrazione interrotta (per lasciare spazio alla nostra immaginazione) non è casuale. 


Se avessi la fortuna un giorno di poter scegliere un’anima di cui essere il co-pilota in questa insensata e irrinunciabile traversata notturna che è la scrittura, quella Kent Haruf sarebbe fra le mie preferite.  


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