domenica 13 maggio 2018

Torino 31: una viaggio nella ‘sublime’ discordia


Come ricorda Alessandro Piperno nel suo petit mémoire nell’articolo di apertura dello speciale de La Lettura dedicato alla 31° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, in corso in questa settimana al Lingotto, “Cedere alla tentazione di distillare l’essenza di una letteratura nazionale può esporti a figuracce. Se si tratta di quella francese il ridicolo è garantito”, ma il ridicolo è stata base solida per costruire decine di romanzi nella storia della letteratura (un esempio recente il Premio Pulitzer a Less di Andrew Sean Greer) e forse Nicola Lagioia (direttore del Salone) pensava a questo quando ha scelto proprio la Francia come paese ospite per il salone. 


In una edizione ricca di eventi, con un forte sapore cinematografico (molti, moltissimi i momenti dedicati a registi-scrittori o a scrittore-sceneggiatori, da Guadagnino a Saviano, da Bertolucci ad Ammaniti, passando per Tornatore), dovuto anche alla lunga esperienza del suo direttore come giurato del festival del cinema di Venezia, l’edizione 2018 del Salone del Libro si apre alla pacifica (se mai è stata possibile) invasione dei cugini d’oltralpe, che arrivano compatti e ammantati di quella discordia sublime che ha sempre caratterizzato il mondo letterario francese. E se solo un ingenuo può pensare che i rapporti fra scrittori siano improntati sul fair play, l’invidia si trasforma in rabbia e la rabbia in dileggio a velocità accelerata nella terra di Flaubert, Proust, Verlaine, Pascal, Balzac e Montaigne. Dipenderà dall’attenzione che è riservata in questo Paese al libro (pensate alla convinzione che i parigini hanno che nella loro capitale ci siano più librerie che nell’intero nord America, presunzione che passeggiando per le strade di Parigi vi troverete seriamente a ponderare) o dall’impegno che essere uno scrittore in Francia comporta ben più che in altri Paesi, fatto sta che nella ville lumière il narcisismo autoreferenziale potrebbe essere innalzato a sport nazionale.  



Eppure questo non ha in alcun modo ridotto l’attenzione e il rispetto che la popolazione ha sempre coltivato per i suoi autori, anzi li ha rafforzati. Quale governo italiano ha usato uno scrittore come parte integrante del suo schieramento politico? E non come ‘semplice’ ministro dell’Istruzione, ma come braccio destro, capo della propria comunicazione (un tempo si chiamava senza paura ‘propaganda’, senza che questa parola fosse automaticamente legata a regimi dittatoriali). Mi riferisco ad André Malraux, autore de La condizione umana (Premio Goncour nel 1933), mecenate e amico di artisti come Pablo Picasso, Marc Chagall, Georges Braque, Jean Cocteau, André Gide e Max Jacob, nonché punta di diamante dei governi di De Gaulle e creatore di quella grandeur culturale che ha diffuso la percezione di una Francia incubatrice di artisti, capace di difenderli e valorizzarli come nessun altro paese europeo. 



In cambio i francesi si attendono dai loro autori impegno civile, politico, sociale, culturale, perché uno scrittore dovrebbe essere un parafulmini emozionale che assorbe ciò che lo circonda (paura, violenza, speranza, dubbi, gioia) e lo trasforma in energia a basso costo economico, ma ad alto fabbisogno cognitivo. Un modello che potremmo provare a importare anche in Italia.  


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