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"Al limite della notte" di Michael Cunningham - impressioni - seconda parte

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Il pregio di questo libro è quello di riuscire a rendere interessante la normalità . Peter, prototipo del "sensibile-responsabile" (intrappolato dai suoi sensi di colpa in una vita che sente giusta ma non sua ), alla continua ed instancabile ricerca di prove che dimostrino la sua diversità, scopre, “riscopre”, di essere fin troppo normale. Le sue ansie, le sue paure, le sue contrastanti certezze, i suoi pericolosi dubbi sono presenti anche negli altri . La differenza sembra essere nella gestione di questi dubbi che porterà Peter a mettere in discussione tutta la sua vita, senza mai arrivare a compiere quella scelta definitiva che invidia in suo cognato, venera in sua moglie e teme in sua figlia. Ma anche questa è un’illusione. La sicurezza degli altri personaggi è una lettura della mente di Peter, apparentemente necessaria a spronarlo a decidere, sebbene del tutto ineficace. Peter è allora normale come tutti gli altri e questa consapevolezza lo logora, costringendolo a c...

"Al limite della notte" di Michael Cunningham - impressioni - prima parte

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Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi. Le prime pagine del romanzo sono sospese fra il dichiarato e il temuto, invitandoci in un mondo pericoloso, quello del pensiero libero che mal si concilia con la decisione, quello del bilancio esistenziale che mal si concilia con la soddisfazione, quello della messa in discussione dei rapporti interpersonali più importanti, senza i quali non si può vivere e a causa dei quali si inizia ad evaporare, lentamente. É tutto qui il nodo del libro: la scelta di cambiare vita, lavoro, inclinazione sessuale, bisogni, desideri. Una scelta che, dopo essere stata spinta a forza sotto le responsabilità e le necessità altrui, si conficca in un ricordo innocente e da lì si diffonde nella mente, non lasciando spazio ad alcun piacere. Peter tenterà di...

Una parola, un verso: diciassettesima - "temporeggiare"

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temporeggiare v. intr. [lat. mediev. temporizare «passare il tempo», der. di tempus -pŏris «tempo»] (io temporéggio, ecc.; aus. avere). – 1 . Indugiare, prendere tempo in attesa che giunga il momento favorevole per agire o che la situazione si risolva da sé. 2 . ant. o raro. Comportarsi secondo le circostanze e l’opportunità; destreggiarsi. Raccattare germogli d’idee fra le parole altrui, i gesti trattenuti, le lacrime socchiuse e poi spezzate in giorni a venire. Ore di cui poter ancora parlare, su cui poter ancora costruire una stagione differente. Migliore o peggiore, spesso non è importante, basta che sia altrove. Lontano . Lontano da una piccola strada stretta e affollata dove sembriamo esser piantati come limoni in mezzo alle canne. Simili le une alle altre, sembrano immobili e ci bloccano il passo, ma quel loro ondeggiare avanti indietro è un’illusione, lo fanno per farci credere che sia meglio aspettare, temporeggiare , fino a che il vento si sarà calmato, fino a che sarà...

Un albero spoglio

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Grande e inatteso si erge fra gli spettatori e il soffitto, scorticando parole dalla volta di legno dorato: cadono giù, lentamente, senza curarsi di essere sempre le stesse. Vengono dall’albero e perciò sono migliori. Migliori di chi guarda, con il collo teso ad aspettare la novità che accalora, il gesto più forte. Se sia più giusto prostrarsi ad esso o lottare, nervosi e insicuri, affinché il tempo passi e sorregga, nessuno può sentirlo. Nessuno può provarlo. Immobile il testo dei pensieri ci inonda, strati di un tappeto con troppi buchi, il nostro corpo ne sguscia fuori aspettando una chiamata a cui risponde: “Eccomi, arrivo.” E non si muove.   La sorpresa è un animale sottile, è un’ombra di piacere che si sgretola in bocca, troppo presto .

Tempo per scrivere?

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Nel paese della furbizia e della mancanza di rispetto, della voce alta e delle file inutili (perché i pochi che le fanno non arrivano da nessuna parte), delle graduatorie fantasma e degli asili inesistenti, dell’oltranzismo e dell’individualismo senza limiti, della memoria corta e della eccessiva flessibilità delle convinzioni, ci sono ancora migliaia di persone che scrivono. L’entità del fenomeno è solo superficialmente apprezzabile dal numero di romanzi inediti che arrivano ogni giorno alle varie case editrici, serie e non, che sorgono oramai in ogni angolo del Paese. Basti pensare ai giornali, cartacei e virtuali, ai siti internet, ai blog, alle mail, ai vecchi e apprezzati cartelli ancora presenti durante le marce di protesta. Vogliamo esprimerci, vogliamo spiegare, vogliamo chiedere aiuto, vogliamo essere famosi, vogliamo farci ascoltare senza che sia possibile per l’altro ribattere. Sarebbe interessante chiedersi perché e soprattutto a che scopo? Se siamo tutti impegnati a scr...

Una parola, un verso: sedicesima - "perseverare"

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perseverare v. intr. [dal lat. perseverare, der. di severus «severo»] (io persèvero, ecc.; aus. avere). – Persistere, mantenersi fermo e costante nei propositi, nelle azioni, nello svolgimento di un’attività: p. nel bene, in un’impresa, nel lavoro, nello studio, nella lotta; Meno com. con connotazione negativa: p. nel male, nel vizio, nella disonestà; prov., errare è umano, p. (nell’errore) è diabolico. Distesi sul vostro divano, con il volume del televisore al minimo ed un plaid arancione sulle gambe, osservate la pioggia che colpisce nervosa i vetri delle vostre finestre, come se volesse romperli, come se si fosse unita alla folla di questuanti che vi circonda ogni giorno, chiedendovi tempo, lavoro, ascolto. Voi tentate di resistere, di difendere quel ritaglio di passioni e progetti che ostinatamente vi trascinate dietro, chiuso in uno zaino che inizia a sembrarvi troppo malandato e orribilmente “giovanile”. Vorreste alzarvi, aprire la finestra ed urlare alla pioggia di smetterla...

“Io e Te” di Niccolò Ammaniti

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Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella sua battagliera diversità, è davvero il punto di non ritorno per la fanciullezza di Lorenzo? O forse nella sua corsa di azione e soprattutto di pensiero è l’incontro con   la morte a fare la differenza? La morte che tutti, prima o poi dobbiamo fronteggiare, come ci dice lo stesso protagonista all’inizio del testo: “ Nasci, vai a scuola, lavori e muori .” È la morte a decidere in questo teso racconto di Ammaniti, che inizia e finisce sfiorandola, spiandola, sentendola muoversi appena sotto la superficie delle parole che si aggrappano, le une alle altre,   appiccicandosi ai vecchi scatoloni che popolano la cantina dove un ragazzo di quattordici anni (Lorenzo) cerca di fuggire al flui...