domenica 27 gennaio 2013

Parole, parole, parole...di un Maestro.


Parole, parole, parole, non come quelle della canzone di Mina e Alberto Lupo, ma più acuminate e didascaliche e perfette, quelle con cui Lancaster Dodd (interpretato da Philip Seymour Hoffman) inizia a invadere con il suo “procedimento” la testa dello spettatore durante i 137 minuti del film The Master di Paul Thomas Anderson (regista e sceneggiatore di film come Boogie Nights, Magnolia e Il Petroliere).



Parole che non risparmiano certezza, parole che s’infrangono sui dubbi di cui ognuno di noi è ricolmo per fare piazza pulita, per mettere ogni cosa al proprio posto, per privarci del fastidio di chiederci se ciò che è o è stato o sarà lo abbiamo effettivamente vissuto, lo viviamo o lo vivremo. Tutte domande che non si devono porre, che non hanno senso, se si sono lette con attenzione le migliaia di pagine del primo e del secondo libro della “Causa” che la mente di Dodd ha partorito. Pagine ricche di certezze e contraddizioni, messe lì come test, per provare la nostra dogmatica assuefazione al verbo che ci dice e ci spiega e ci sovrasta. Il verbo che ci libera da noi stessi, pronti a correre verso un punto scelto a caso, in moto, in un deserto, senza alcuno scopo se non quello di provare un’esperienza così come ci ha chiesto di fare il Maestro.




Tutto questo lo spettatore lo vive e lo osserva attraverso gli occhi di Freddie (un Joaquin Phoenix al limite della perfezione maniacale), un reduce della seconda guerra mondiale, che cerca di trovare un posto in un’America dove la solitudine sembra essere l’unica merce di scambio utilizzata e costantemente rigettata dai suoi abitanti, che devono trovare uno scopo, hanno uno scopo, e se non ce l’hanno, ecco arrivare un Maestro che grazie a una religione fresca di stampa fornisce loro uno scopo. E se non lo si capisce subito, perché si è “stupidi”, allora si beve, come fa Freddie, tanto e di tutto. Strani intrugli fatti con liquidi di refrigerazione, sciroppi per la tosse e pillole ignote, così forti e velenosi da non riuscire mai ad ucciderlo, è come se Freddie si fosse trasformato in un novello Mitridate che si inietta dosi crescenti di “assenza” da una vita che lo avvelena, che lo percorre lasciandolo, apparentemente unico, privo di scopo.



Alla fine Freddie riuscirà a trovare il “suo” scopo nel non averne uno o almeno nel non avere quello degli altri. E forse questa è la più grossa delle vittorie in tempi oscuri come quello che percorriamo.



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