domenica 30 marzo 2014

Scrittori: una forma di vita a rischio? Uno sguardo al mercato editoriale inglese.

Chi si ricorda di Michael Dorsey?
È un personaggio molto particolare di una storia molto particolare. Vi do un aiuto: era un attore ed era disoccupato. Erano i primi anni ’80 ed essere un attore a New York voleva dire essere senza lavoro. E non che mancasse di talento, Michael aveva solo l’abitudine di dire ai suoi registi cosa pensava e non era disposto a barattare ciò che credeva necessario per il suo pubblico con quello che gli dicevano che il pubblico desiderasse. E per dimostrarlo era pronto a tutto, anche a vestirsi da pomodoro in una pubblicità o da donna per interpretare una personalissima direttrice di ospedale in una soap opera. Con quei soldi avrebbe prodotto da solo la commedia che nessuno voleva produrre perché “il pubblico ha solo bisogno di divertirsi” come gli ricorda più volte il suo agente. Stiamo parlando del protagonista del film Tootsie di Sidney Pollack (1982) che dimostrò le sublimi doti da trasformista di un giovane Dustin Hoffman e aprì la strada a una lunga serie di ruoli en travestì in cui l’artista di turno si trova ovviamente senza soldi e senza lavoro, almeno quello che vorrebbe fare, e deve inventarsi di tutto pur di continuare a mangiare, senza mai rinunciare alla sua profonda e spesso fastidiosa diversità (uno per tutti il Mrs. Doubtfire, con un Robin Williams doppiatore e attore talentuosissimo e quindi senza lavoro). L’arte, ci diceva Gabriele Lavia in Ricordati di me di Gabriele Muccino, ha sempre fame. Non si può avere la pancia piena, fisica o metaforica che sia, e scrivere, recitare, dipingere qualcosa di buono, c’è bisogno dell’insoddisfazione profonda, del tormento, del disagio e di dire ciò che si sente senza filtri e questo di solito non piace. Fin qui nulla di nuovo direte voi. Se dovessimo fare il nome di uno scrittore contemporaneo italiano che vive del suo lavoro “puro”, senza contare cioè la remunerazione per le comparsate in show, eventi e sponsorizzazioni varie, insomma le parti “da pomodoro” cui era costretto anche Michael Dorsey oppure i lavori puramente remunerativi che nulla hanno a che fare con l’oggetto della propria musa, saremmo in difficoltà. Ma questa è l’Italia e si sa che con l’arte, come ebbe a dire un nostro ex ministro, non si mangia. In altri paesi funziona diversamente. O almeno funzionava. Uno di questi era sicuramente la Gran Bretagna in cui il governo, le varie fondazioni e soprattutto il sistema editoriale, da quando ha trasformato alcuni premi letterari in eventi mediatici (a partire dal Booker prize nel 1980), è riuscito a creare nell’opinione pubblica un tale e crescente interesse nei confronti degli scrittori e del loro lavoro, da incrementare notevolmente le vendite, permettendo così agli scrittori britannici di rompere secoli di “affamata” tradizione. Per più di un ventennio, grazie a corposi anticipi sulle loro opere future, molti scrittori inglesi hanno potuto dedicarsi solo alla loro arte, mettendo in soffitta il costume da pomodoro. Poi qualcosa è cambiato. E non si trattava del titolo del film di James L. Brooks del 1997, con tanto di protagonista scrittore ossessivo compulsivo interpretato da Jack Nicolson che viveva serenamente delle vendite dei suoi libri, ma del credit crunch che, a partire dal 2007, oltre a miniaturizzare la finanza londinese, tagliò i budget delle case editrici e i relativi anticipi.

Leggendo un articolo di Robert McCrum su The Observer scopriamo che nomi di primo piano della narrativa inglese (Rupert Thomson, Hanif Kureishi, Joanna Kavenna) sono alle prese con il proprio conto in banca, sempre più ridotto, temono di dover tirare fuori i rispettivi costumi a forma di pomodoro dall’armadio o addirittura di non poter più scrivere in un futuro prossimo per doversi dedicare esclusivamente a qualche altra forma di sostentamento, tanto che McCrum definisce gli scrittori “una forma di vita a rischio”. Anche le case editrici britanniche dovranno ora scegliere di pubblicare quasi esclusivamente libri che avranno un ritorno in termini di numero di copie vendute importante, limitando così non soltanto l’accesso ai nuovi autori, ma anche a quelli che in passato si sono distinti per un alto tasso di diversità e (ahimè) un basso tasso di redditività. Chi avrebbe pensato che finanza e editoria avessero tanti punti di contatto? Che a dirlo non sia uno scrittore-giornalista-pomodoro innamorato dell’arte per l’arte, ma un signore (McCrum) che ha lavorato per un ventennio in una delle case editrici più importanti dell’UK come direttore editoriale fa pensare. Nulla di nuovo per il mercato italiano del libro direte. Vero, ma realizzare che siano paesi come la Gran Bretagna ad avvicinarsi a noi e non il contrario non ci fa ben sperare per gli artisti ad alto tasso di diversità. Certo, Tootsie insegna, potranno sempre camuffare parte della loro diversità pur di entrare nell’arena, ma il difficile sarà rimanere sempre Michael Dorsey sotto.


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