domenica 30 novembre 2014

Cinecittà: Ieri, Oggi e domani. Le Majors tornano a produrre film in Italia?


Neppure Benito Mussolini avrebbe immaginato che gli studi cinematografici di Cinecittà, inaugurati il 28 aprile 1937, sarebbero diventati davvero grandi solo quando si sarebbero aperti a quel cinema straniero, americano in primis, che Mussolini aveva in mente di combattere e controllare con la trasformazione di 500.000 metri quadri di campagna romana in un centro di produzione cinematografica che non aveva uguali nel vecchio continente. 

Gli studi di Cinecittà sono diventati famosi, creando migliaia di posti di lavoro fra mano d’opera diretta e indotto solo negli anni ’50, quando le grandi Mayors americane (Metro Goldwin Mayer in testa) iniziarono a produrre i loro film “peplum” (ossia ambientati nell’antica Roma o giù di lì), il più famoso dei quali fu Ben-Hur girato nel 1959 da William Wyler (regista di Vacanze Romane), interpretato da Charlton Heston e sceneggiato tra gli altri da Gore Vidal. Questo film, che detenne per 38 anni il primato del lungometraggio più premiato nella storia degli Oscar (ben 11 statuette), divenne un successo clamoroso, salvando la MGM dalla bancarotta e contribuendo a creare il mito della Hollywood sul Tevere, consacrata da La dolce vita di Fellini (1960).

Lo stesso Fellini diceva di sentirsi a casa solo nel suo Studio 5 di Cinecittà (ancora oggi il più grande d’Europa): «L’emozione assoluta, da brivido, da estasi, è quella che provo di fronte al teatro vuoto, uno spazio da riempire, un mondo da creare.» Gli anni Settanta però videro il declino della posizione conquistata dagli studios romani, fino alla lenta agonia degli anni Ottanta e Novanta. Con l’arrivo del nuovo secolo qualcosa sembrò iniziare a muoversi e Martin Scorsese decise di realizzare nel 2002 Gangs of New York proprio a Cinecittà, permettendo la ricostruzione di strade, palazzi e una parte della New York del XIX secolo, completa di porto, ma erano solo piccoli successi in mezzo ad anni difficili. 

Certo, le produzioni cinematografiche del secondo decennio del XXI secolo sono molto diverse da quelle degli anni ’50 del Novecento. Con la computer grafica si possono creare persone, oggetti, capi di abbigliamenti, palazzi e intere città, senza muoversi da un fondale azzurro in un piccolo studio americano. E allora cosa dovrebbe spingere le Mayors e perché no anche le “minorsa varcare l’oceano solo per respirare il profumo di Fellini? Magari qualche incentivo fiscale? Sapete perché le case di produzione americane investivano tanto in Italia a metà dello scorso secolo? Perché esisteva una legge che non soltanto incentivava fiscalmente le realtà straniere a portare produzioni in Italia, ma obbligava le stesse a reinvestire i guadagni su mano d’opera e produzioni italiche. Che fosse un’idea buona?


Il ministro dei beni e delle attività culturali Franceschini ha annunciato qualche giorno fa che, grazie all’art bonus (legge entrata in vigoro lo scorso giugno che ha raddoppiato il credito di imposta per le aziende che investono in produzioni cinematografiche in Italia),  sono stati già raccolti investimenti per 150 milioni di euro per film che saranno girati a Cinecittà, di cui uno sarà proprio il remake di Ben-Hur, sceneggiato da John Ridley (premio Oscar nel 2013 per la sceneggiatura non originale di Dodici anni schiavo). Che bastasse copiare i nostri casi di successo per replicarne gli effetti? Troppo facile mi direte. Già, ma al punto in cui siamo scartereste l’ipotesi?


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