domenica 9 novembre 2014

Eduardo De Filippo e i nostri bastimenti di verità



La settimana scorsa (31 ottobre) si sono ricordati i trent’anni dalla morte di Eduardo De Filippo. Molto si è scritto e si è detto sul grande attore, rigoroso drammaturgo e attento osservatore dell’animo umano.  Ora che tutti sappiamo qualcosa in più del maestro e queste informazioni sono ancora calde nel nostro congestionato cervello, facciamo uno sforzo di immaginazione. E se Eduardo non fosse morto nel 1984 e nel 2014 si affacciasse dalla sua finestra a osservare i bastimenti che si muovono dal porto che tipo di giorno vedrebbe intorno[1]? Quanta verità, merce preziosa e necessaria per Eduardo, vi vedrebbe caricare, perché «Nisciunu bastimento s'è affunnato quanno ce' 'e miso a buordo 'a Verità»?

Per molta parte della sua vita Eduardo osservò le parole che l’uomo irrorava intorno a sé, senza riuscire, volere, spesso osare metterle di fronte a quelle che aveva dentro (pensiamo al suo testo teatrale Le voci di dentro del 1948 in cui mette in scena l’incomunicabilità fra questi due mondi), come se la verità fosse un sogno, sciocco e pericoloso, in cui il dubbio si annida e pur di uscire fuori prende le forme più folli. Proprio come accade al protagonista de Le voci di dentro, che sogna un omicidio così reale da costringerlo a fare ciò che non avrebbe mai pensato: dire e dirsi la verità. E la verità è poco piacevole, la verità è essere l’un contro l’altro armati per eliminare i dubbi, come se la vita fosse una tovaglia e dubbi e paure solo briciole della nostra giornata da sbattere in testa (“scotoliare” avrebbe detto Eduardo) su chi abita al piano di sotto, senza capire che c’è qualcuno che proprio adesso sta facendo lo stesso con noi. E allora, prima che le briciole ci coprano la vista, rientriamo in casa, prendiamo un libro di poesie di Eduardo e iniziamo a leggere. Lentamente. Lasciando che le voci di fuori si combattano un po’ per conto loro. Poi rileggiamo, perché non c’è fretta, non c’è emozione da mettere subito in condivisione con l’esterno, prima dobbiamo sentirla noi, capirla noi e se rimarrà solo nostra e nessuno saprà che l’abbiamo provata, sarà per questo meno reale?

Domande. A Eduardo piacevano sebbene lo facessero sentire «uno sfollato» della vita che solo sul palcoscenico si sentiva a casa, lì dove poteva «vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male.» Proviamo a smentirlo, almeno per una volta.








[1] Leggete la poesia 'a fenesta del 1947.

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