domenica 4 febbraio 2018

La magia intermittente di Carla Vasio per diventare invisibili


Il nuovo libro di Carla Vasio (Invisibile edito da Exorma) è uno strano ‘oggetto’ che metterà a dura prova il lettore abituato a ritmi sostenuti e lessico essenziale tipico di molta narrativa contemporanea. E non poteva essere altrimenti, la sua autrice, esponente del Gruppo 63 (gruppo di poeti, scrittori e studiosi artefici di una ‘rottamazione’ ante litteram nel panorama letterario italiano della metà del Novecento), non è certo una scrittrice che segue la corrente. 


Invisibile narra la storia di una donna (Viviana): invisibile per tutti fino al momento in cui non diventa necessaria, dotata di un potere invisibile (a metà fra la pranoterapia e la magia), che sembra abitare in un luogo invisibile (una cittadina che tutti possiamo vedere, ma che solo lei percepisce fino in fondo). Con lei c’è sempre l’io narrante dell’autrice, che osserva con occhio rapito e curioso Viviana e prova a portarci dentro il suo mondo con parole che sono però incapaci di descrivere realmente ciò che prova una donna dotata di poteri che nessuno comprende fino in fondo (nemmeno lei stessa). Poteri che la costringono a privarsi non solo delle persone o delle cose, ma anche del loro desiderio. 

Il flusso narrativo è fondato su un tentativo di usare «impurità descrittive», schegge di memoria e metafore ardite, di cui la stessa autrice è conscia, per stanare il senso di una esistenza di una persona che, pur dedicando tutta se stessa a aiutare chi soffre attorno a lei, è sempre e comunque sola. Sola perché diversa, sola perché utilizza il linguaggio di un’energia che lei (e nessun altro) sente fremere in tutte le cose. Un’energia di cui malati di ogni genere si cibano e grazie alla quale guariscono, ma che poi preferiscono dimenticare appena escono dalla casa di Viviana per non doversi porre troppe domande sulla validità di alcune leggi fisiche e sociali che la loro ‘guaritrice’ ha spazzato via con un solo tocco delle mani. Maga, sensitiva, pranoterapeuta, strega, pazza, veggente, Viviana viene etichettata in molti modi dalle persone che incontra, fin da quando (da bambina) piegava le posate sfiorandole con un dito o attraversava le porte senza bisogno di aprirle, ma nessuno sembra essere interessato a conoscere la vera essenza di questa donna, nessuno tranne l’io narrante, che condivide con il lettore i suoi dubbi e le sue ansie nel trovarsi sull’orlo di un burrone emotivo da cui non sempre osa sporgersi. E qui forse c’è uno dei punti deboli di Invisibile: la necessità dell’autrice di continui stand-by della storia, per confrontarsi con i propri dubbi o per confermare al lettore quale sia il modo ‘giusto’ per interpretare la storia di Viviana, come se non potesse bastare il flusso narrativo a spiegarlo. 


La necessità di ribadire il proprio punto di vista sugli eventi turba il lettore più dell’evolvere della storia, indebolendola e frenando il flusso di pensieri e di dubbi che il lettore stesso sarebbe in grado di generare se non vi fosse la presenza così ingombrante dell’autore. Un altro elemento da considerare è che l’io narrante, nel raccontare la storia di Viviana, inserisce, ex abrupto, dei richiami a studi filosofici e testi della mitologia norrena, senza dare al lettore il minimo appiglio per collocarli coerentemente nella narrazione.



Peccato, perché l’idea di Carla Vasio di confrontarsi con il ‘magico’, senza utilizzare il linguaggio tipico di romanzi o saggi che hanno fatto di questa terra di mezzo fra realtà e immaginazione il loro terreno di caccia esclusivo, è davvero degna di interesse.   

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