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fine della "vacatio"

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Punto e a capo. Di nuovo in sella. Ritorno alla base. E mi fermo qui con i luoghi comuni che accompagneranno il nostro rientro dall’agognata “vacatio” di cui vi parlavo nel nostro ultimo post prefestivo. Non fateci caso e soffermatevi su voi stessi. Come è andata? Siete riusciti a lasciare il vischioso e pensante pacchetto di insoddisfazioni, rivendicazioni e desideri che vi siete trascinati dietro per un anno? Se tocca a me iniziare il bilancio delle vacanze, posso dire che ho passato una mattina sull’orlo del silenzio, in un luogo dove il vento aveva timore di parlare   e l’acqua si spaventava nel   ritrovarsi priva di peso. Un luogo dove la pace diventava presto ansia, tuffo in se stessi, senza rete, senza provvidenziali distrazioni. Un luogo dove ho avuto paura e da cui non sono riuscito a staccarmi per ore. Poche ore in tre settimane.   Impercettibili, affogate in un itinerario scioccamente serrato, per vedere, conoscere, ascoltare il più possibile, in quella settima...

una parola un verso - decima "vacanza"

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vacanza s. f. [dal lat. vacantia , neutro pl. sostantivato di vacans -antis , part. pres. di vacare (v. vacare), attrav. il fr. vacance ]. – 1. Il fatto, la condizione di essere o di rimanere vacante; 2. Intermissione, temporanea cessazione di un’attività. In partic.: a. Intervallo di riposo, di uno o più giorni, che nella ricorrenza di una festività o per altra circostanza viene concesso agli studenti e agli impiegati b. Riposo più o meno lungo dalle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede. Eccoci giunti alle agognate e temute vacanze. Sebbene sia più vicino al significato originale del termine ( la condizione di essere vacante , la possibilità di allontanarsi da se stessi, imparando ad osservarsi da una diversa prospettiva), spesso anch’io perdo la rotta e mi abbandono al secondo e più comune significato di vacanza: le ferie . Partire (vicino o lontano non è importante) e lasciarsi tutto alle spalle, almeno per qualche settimana. Il capo che ci tartassa, la ...

una parola un verso - nona: "confutare il mondo di Amélie"

confutare v. tr. [dal lat. confūtare] (io cònfuto, alla lat. confùto, ecc.). – Ribattere un’affermazione, una ragione, ecc., dimostrandola erronea o infondata. Il caso Amélie Confutare se stessi è uno sport poco praticato ma molto salutare. Mi sono trovato a doverlo fare pochi giorni fa, per poi sentirmi di nuovo attratto dal paradigma appena negato. Stiamo parlando di Amélie Nothomb e dei suoi libri. Una donna che è riuscita in pochi anni a generare un vero e proprio fan club di lettori osannanti, dipendenti dalle sue mistiche divagazioni dell’animo e soprattutto della mente. Dopo averne visto un’intervista, sentendole dichiarare, senza alcun imbarazzo, di reputarsi la migliore scrittrice vivente, ero stato conquistato da un desiderio di oblio per personalità così fastidiosamente “ostentanti”, gioiosamente in linea con il contesto sociale in cui viviamo, dominato dall’insopprimibile esigenza di vendere se stessi al meglio. Non avrei ceduto alla mia indomita curiosità per...

una parola un verso - ottava: "calore"

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calóre s. m. [ lat. calor -ōris, der di calere «essere caldo» ]. – 1. La sensazione determinata dalla vicinanza o dal contatto del corpo umano con un oggetto o con un ambiente caldi. 2. In biologia e in medicina, c. animale, quello proprio degli animali omeotermi, derivante dai processi metabolici; colpo di c. 3. Con riferimento alle femmine degli animali, spec. mammiferi, il complesso delle manifestazioni legate all’estro (eccitamento sessuale, ricerca del maschio, ecc). 4. fig. Fervore, ardore, entusiasmo, manifestazione intensa degli affetti: il c. dello sdegno. Calore. Che spinge sulle nostre gambe, sino alle spalle, stringe sudore intorno al collo, svela insofferenza in ogni desiderio, vela gli occhi, ottura le orecchie, appiccica i capelli e riscende, insopportabile, scure rovente sui nostri pensieri, riducendoli a ricordi dal retrogusto amaro. Ci schiaccia, ci odia, ci fa odiare. Scappare, pensiamo solo a fuggire, dove la notte può arrivare, dove il letto, ...

Una parola un verso – settima: “silenzio”

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silènzio s. m. [dal lat. silentium, der. di silens -entis, part. pres. di silēre «tacere, non fare rumore»]. – 1. a. Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione: il s. della notte; b. Nel linguaggio milit. (e per estens. di collegi e altre comunità), prescrizione di non disturbare il riposo o la tranquillità parlando o facendo rumore; il periodo di tempo per cui si deve osservare questa prescrizione e il segnale di tromba che ne segna l’inizio 2. a. Il fatto di non parlare o di smettere di parlare (e, più in generale, di non gridare, cantare, suonare, fare rumore) per un certo periodo di tempo: stare, rimanere in silenzio; ascoltare in silenzio b. Per estens., il non dare notizia di sé, né per lettera né con altri mezzi di comunicazione 3. Nel diritto civile, il fatto di non manifestare la propria volontà, che non ha alcuna rilevanza giuridica se non nei casi indicati dalla legge  4. Chies...

Leggere è una corsa di uova

Cari imagisti,  vi segnalo una mia riflessione uscita ieri sul blog "sulromanzo". Il titolo e l'idea nascono da un pomeriggio in cui ho perso il mio tempo, trovandomi di fronte ad un'assenza che solo la lettura e la scrittura, fino ad ora, mi hanno concesso. Di seguito l'incipit che spero susciterà la vostra curiosità. Aspetto vostri commenti. " C’è un piccolo borgo in Umbria, dove la Pasqua porta con sé un’antica tradizione fatta di uova colorate che ruzzolano libere per le strade (senza che nessuno possa fermarle) e di bambini urlanti, finalmente al comando. Se vi avventurerete fra i vicoli attorcigliati su se stessi e le piccole porte, che si rintanano fra le possenti mura, proverete la più sublime delle perdite, quella del tempo. Non avrete più l’ansia di visitare, degustare, parlare, decidere. Sentirete allora le urla dei padroni del paese. Per un solo giorno, infatti, saranno i bambini dai cinque ai dieci anni a possedere la strada principale, quella ...

Una parola un verso - settima settimana - "Sparare"

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sparare v. tr. e intr. – 1. Azionare un’arma da fuoco, facendo esplodere e partire uno o più colpi 2. a. estens. Tirare con violenza, spec. calci, con riferimento a quadrupedi b. Nel linguaggio della fotografia e della televisione, con uso assol., detto di soggetto che, nella ripresa, dà luogo ad abbagliamento 3. fig. Dire cose inverosimili o esagerate (e s’intende, per lo più, con una certa sfacciataggine): s. balle , fandonie ; 4. [der. di parare , col pref. s- (nel sign. 1)], non com. – Spogliare dei paramenti, degli addobbi: s. la chiesa ; nel rifl., togliersi i paramenti Sparare. Sulla gente, sulle richieste, sulle nostre possibilità. Attaccare, non lasciare spazio, decidere che ciò che possiede l’altro deve essere nostro. Allora prenderlo, convincendo noi stessi che è naturale, perfino congeniale al nostro essere. Guardarsi intorno e razionalizzare, perché fanno tutti così, sono tutti così, come se sparare fosse meno grave se non si è i primi a farlo, per poi impiegare...