domenica 15 aprile 2018

E se il prossimo governo lo facessimo scegliere a Shakespeare?


Tutto è iniziato con una tempesta e non poteva essere altrimenti. La pioggia stava cercando di perforare l’asfalto di Milano da giorni, tentando di fiaccare la voglia di fare dei suoi abitanti che scorre nelle viscere della città a ciclo continuo, autoalimentandosi, come fanno i canali dei navigli interrati all’inizio del Novecento. Impresa donchisciottesca: nessuno può fermare Milano, neanche la pioggia. Tuttalpiù può creare un setting perfetto per l’inizio di un testo shakespeariano, con tanto di vento a confondere suoni e contorni delle persone e delle cose, costringendo i passanti a staccarsi dai loro smartphone per mettersi ad ascoltare se stessi: talento chiave di tutti i personaggi del bardo. 


Se poi il vento ci spingesse in una libreria dove, proprio in quella stessa sera, si tiene uno degli incontri di un club shakespeariano, nulla potrebbe salvarci da uno scavo in profondità nelle nostre paure. Ma la sorpresa, Shakespeare insegna, è sempre in agguato ed entrando nella libreria tempo ritrovato scopriamo che lo scavo è sì già in atto, ma in luoghi che avremmo pensato impermeabili a qualsiasi emozione, sconforto o senso di colpa: le anime dei politici

A cominciare da un libricino esile nella forma, ma sfrontatamente ambizioso nei contenuti, scritto qualche anno fa da Marco Follini (Io voto Shakespeare edito da Marsilio nel 2012) in cui l’ex politico democristiano, poi diventato ex piediessino, affronta con abilità da appassionato conoscitore del bardo la dicotomia fra l’idea di politica di Macchiavelli e quella di Shakespeare. Il primo approccio, scelta obbligata della nostra classe politica (a giudicare dalle loro parole, azioni e scelte), è guidato da un realismo assoluto e senza scrupoli in cui nulla di ciò che può essere fatto per realizzare il proprio scopo (o per nominare un questore in più alla Camera) va ignorato, pena il prevalere del nostro avversario. Il secondo mette in campo astuzie ed efferatezze altrettanto (o ancor più) feroci, ma nel bel mezzo dell’azione, fa nascere, nella mente del suo primo attore, il dubbio, forse una reminiscenza di coscienza, persino (e tremo a digitare questa parola in tal consesso) una ‘morale’. Questo perché le persone (e quindi anche i politici) sono valigie con doppi e tripli fondi di emozioni e non si sa mai quante ne possano contenere prima di scoppiare. 



Follini si schiera dalla parte del bardo e chi non vorrebbe seguire il suo esempio? Shakespeare ha fatto della politica (non solo quella che lui definisce ‘policy’, intesa come modo di fare e soprattutto di tessere intrighi, ma anche ‘politic’, usato come sinonimo di equilibrio e di incorruttibilità) la base delle sue opere: dall’arte del governo e dell’oratoria dell’Enrico V, all’astuzia delle pause dell’Enrico IV, fino all’’indecisione apparente dell’Amleto, arrivando al tarlo della colpa del Macbeth. Ed è proprio da Macbeth che parte Enrico Reggiani, moderatore arguto dello Shakespeare club, per farci scoprire quanto sia ancora vivo il pensiero del bardo nella politica. Sì, persino nella vituperata e anestetizzata politica italiana, in cui twitter e piattaforme dai richiami a filosofi settecenteschi declinano il balletto di fake news cui siamo sottoposti quotidianamente, possiamo trovarci a contemplare un novello Macbeth-rottamatore dai natali toscani che vede avverarsi profezie funeste che le streghe disseminate nel suo stesso partito hanno tessuto per lui per anni. Ad accompagnarci in questo viaggio è l’articolo di Stefano Folli su Repubblica che rievoca Macbeth (il dannato per eccellenza) pur di mandare al potere politico, come sapeva fare così bene proprio Shakespeare, l’ennesimo avvertimento. E poco importa se tale memento risulterà di parte o non ascoltato, l’importante è che continui a rinnovare l’esercizio di mettere e mettersi in discussione, tanto caro allo scrittore di Stratford.     


1 commento:

  1. Articolo interessante, come sempre. La visione folliniana del buon Niccolò è piuttosto stereotipata, ma potrebbe essere il frutto di un crampo mentale: uno che nasce nelle giovanili della DC, fa carriera ai tempi di Craxi, diventa vicepresidente del Consiglio dei ministri con Berlusconi e poi confluisce nel PD, ha buone ragioni per cercare pateticamente di dimostrare a se stesso di essere lontano da quello stereotipo.
    Farebbe meglio a lasciar perdere gli scritti del bardo e a leggere le memorie di Talleyrand...

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