domenica 8 aprile 2018

La mente di un giovane uomo secondo Carlo Carabba


La neve. Questo a prima vista, pardon lettura, può sembrare il protagonista del primo romanzo di Carlo Carabba Come un giovane uomo (edito da Marsilio). La neve dei primi ricordi dell’io narrante, legata a una storica imbiancata dei sette colli negli anni ’80 e quella che si ripete venti anni dopo, quando il protagonista di questo romanzo (a metà fra il mémoire autobiografico e il flusso di coscienza) si deve confrontare con la morte improvvisa di un’amica. Ma la neve è solo uno specchio che riflette il mondo, è la finestra da cui si affaccia Mrs. Dalloway per cercare se stessa, la nebbia attraverso cui deve farsi strada Ulisse per ritrovare la sua idea di Itaca. È il secondino che con il suo manto spesso e ovattato ostenta silenzio dove si cela ribollir di emozioni, costringendo l’io narrante (e con esso il lettore) a scavare nella propria mente alla ricerca di un senso al proprio viaggio. Ed è a poche badilate dall’inizio degli scavi, che scopriamo che la neve ha, fin dalle prime pagine, ceduto il passo e il timone della storia ai flussi di coscienza del protagonista che si trovano così nel triplo ruolo di autori, narratori e personaggi di questa storia, che azzera trama e ritmo in favore di geyser linguistici in continua lotta fra di loro.


Il lettore, scopertosi su un’arca senza timone o forse con troppi timoni (il risultato è il medesimo), è preda dell’inciso ossessivo e del periodare costruito su infiniti anelli di subordinate (quello che si potrebbe definire uno tsunami ipotattico per gli amanti dei rapporti sintattici). E se da un lato questo flusso nasce dalla volontà apprezzabile di proporre un modus scrivendi che si distacchi dalla tradizione narrativa anglosassone a cui la gran parte degli autori contemporanei italiani fa riferimento, dall’altro converge su una versione proustiana del linguaggio che potrebbe rendere arduo il compito del lettore, a meno di dimostrasi un amante devoto del flusso di coscienza usato come strumento di ricerca nell’io (e in questo caso infatuarsene).



La scelta di costruire questo complesso castello di trame e snodi temporali paralleli, che richiama alla mente anche un recente filone cinematografico (un esempio per tutti il film Inception di Christopher Edward Nolan del 2010, in cui il protagonista Dominic Cobb estrae segreti dalle menti delle persone mentre queste dormono, infiltrandosi nei loro sogni. Film cui c’è nel romanzo un riferimento diretto) potrebbe mettere in difficoltà anche il lettore più smaliziato, soprattutto nella parte centrale del romanzo, dove la discontinuità dei flussi narrativi sembra dominare la scena. Sarebbe un peccato, perché alcune idee ed intuizioni sono sicuramente interessanti e possono attivare un percorso di riflessione del lettore condiviso con il protagonista/narratore. Penso, ad esempio, alla sensazione di scoramento che prende ogni essere umano quando raggiunge, dopo anni di soprusi e duro lavoro, ciò che ha sempre agognato e si rende conto che, da quel momento, la sua vita è priva di senso. Carabba riesce a descrive in poco più di una pagina e in maniera assai efficace questo salto nel vuoto servendosi di Wile E. Coyote, il personaggio della Warner Bros che insegue per anni il suo road runner (per gli italiani beep-beep). Allo stesso modo sono efficaci alcuni incisi di mondo esterno che l’autore usa come gancio per preservare l’io narrante e il lettore dalla furia di subordinate che dominano la scena: «L’arrivo dell’auto di Davide, che comparve all’altro lato dell’incrocio dove lo stavo aspettando, fu la fune che seppe trarre i miei pensieri fuori dalle sabbie mobili in cui lentamente affondavo».



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