domenica 8 luglio 2018

Jonathan Franzen e lo scrittore un-social

Qualche giorno fa stavo leggendo un romanzo in cui il protagonista inizia a documentarsi sugli scrittori che hanno tentato il suicidio. Ciò che lo attrae non è il motivo che li ha spinti a fare questa scelta, quanto il metodo che hanno utilizzato per porre fine alla loro vita. Hemingway, Pavese, Plath, Woolf, molti sono gli scrittori che hanno voluto decidere quando e come chiudere con la loro vita. Mi sono domandato subito quanti di noi riuscirebbero a fare lo stesso con il loro profilo sui social che oggi sembra rappresentarci molto più del nostro involucro di carne e ossa. 


Ognuno rinchiuso nella sua bolla di ‘amici’ preselezionati dalla Rete per farci conoscere solo chi la pensa come noi, chi ha le stesse idee, passioni, valori, tanto da illuderci che l’umanità non è altro che un nostro riflesso, che siamo la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione. Sentirsi accettati è importante, è uno dei primi bisogni che sviluppa un essere umano, fin da bambino, da quando registra ogni sbalzo emotivo dei genitori per tentare di essere in assonanza con loro. Ma cosa succede se questo meccanismo diventa l’unica base delle nostre decisioni? Cosa accade se la nostra autostima dipende esclusivamente dal numero di like che riceviamo dai nostri contatti sui social? 


Domande che un giornalista de The New York Times ha posto pochi giorni fa a Jonathan Franzen nella sua casa di Santa Cruz mentre parlavano di birdwatching.  L’autore de Le correzioni è alle prese con il suo nuovo romanzo, di cui rigorosamente non vuole parlare, e ha appena concluso la stesura dell’adattamento per lo schermo del suo quinto romanzo (Purity), ma è del rapporto fra uomo e social che ci parla, affermando il suo diritto a non uniformarsi all’esigenza di essere sempre e irrimediabilmente connessi alla Rete: “Non sono mai stato un grande fan di una società strutturata sul sistema consumistico, ma ho fatto pace con questo, poi però è successo che ogni individuo è diventato un prodotto che egli stesso cercava di vendere […] Questa mi è sembrata una cosa molto preoccupante sia come individuo sia come membro del genere umano. […] Viviamo immersi nella paura di perdere market share come persona”.  E questo mal si adatta con la vita di uno scrittore che, per Franzen, dovrebbe avere come missione raccontare storie scomode e difficili, creando una frattura con il pensiero dominante. L’unico modo che abbiamo per difenderci è, secondo l’autore di Libertà, quello di creare un filtro intorno a noi (fatto di pensiero critico) che ci permetta di leggere chiaramente gli input che ci invadono dal mondo esterno. Solo in questo modo possiamo generare idee che non siano influenzate da qualcuno che è costantemente intorno a noi sotto forma di algoritmo e ci restituisce solo feedback che confermano quello in cui già crediamo: “per scrivere bene o semplicemente per essere una persona degna di questo nome abbiamo bisogno di dubitare delle nostre certezze […] di provare empatia per persone che hanno una prospettiva molto differente dalla nostra”.  Un tempo speravamo che fosse proprio la Rete a offrirci questo tipo di apertura, ma nei fatti ciò non è accaduto e dobbiamo ricominciare a prenderci carico di questa responsabilità. 


Il rischio che ci palesa Jonathan Franzen è quello di trovarci di fronte a certezze così granitiche e diffuse da non poter nemmeno ipotizzare di metterle in discussione. Come dice spesso Donald Trump: “the people know best”. Non conta ciò che dicono i giornalisti, gli scrittori o chiunque non la pensi come lui, è il popolo (solo quello che lo sostiene ovviamente) a conoscere la verità. Il problema è capire se qualcuno si è preso davvero il disturbo di ascoltarlo invece di spaventarlo con notizie preconfezionate, per poi vendergli ciò di cui 'ha bisogno' per sentirsi sicuro. 


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