domenica 29 luglio 2018

La musica delle parole di Emily Dickinson interpretate da Terence Davies


“Non mi piace il montaggio veloce, è come il cibo poco nutriente di un fast food. Per questo faccio lunghi piani sequenza: quando si è obbligati a guardare si cominciano a intravedere quegli ‘attimi fuggenti’ che nascondono un senso più profondo”. È così che Terence Davies descrive il suo lavoro come regista ed è così che riesce a far intravedere allo spettatore la meraviglia che si nasconde persino nel pulviscolo sospeso in una stanza che, svegliato dalla luce, può mutarsi in un mantello di gioia. Il tocco leggero e pungente di Davies l’abbiamo imparato ad apprezzare con La casa della gioia (The House of Mirth), pellicola del 2000 ispirata all’omonimo romanzo di Edith Wharton del 1905, storia di una giovane donna schiacciata dall’ipocrisia dell’alta società newyorkese dei primi del Novecento, ma è con A quiet passion, storia ambientata nella seconda metà del XIX secolo ad Amherst nel New England, in fazzoletto di terra su cui sorge la casa di Emily Dickinson, che non potremo più farne a meno. Alla poetessa americana, scoperta da Davies a 18 anni, grazie a un documentario in cui Claire Bloom leggeva le sue poesie, Davies dedica con A quiet passion un appassionato ritratto in cui fonde biografia e fiction con il solo obiettivo di farci conoscere la tempra di questa donna che decise di chiudere così tanto il suo orizzonte esterno (visse pressoché reclusa la sua intera esistenza, prima in un collegio religioso, poi nella casa paterna) per poter ampliare quello interno a dismisura ed esplorare la maestosa vastità della sua anima.


I versi di Emily Dickinson battono il tempo del lungometraggio di Davies, che sembra costruito come un’ara il cui unico fine è rallentare lo sguardo dello spettatore al punto di fargli ‘vedere’ e ‘toccare’ le parole e la punteggiatura su cui la poetessa lavora instancabilmente, ogni notte, nel tempo che suo padre le concede per dedicarsi alla scrittura, quando il silenzio è l’unico compagno consentito. Punteggiatura e versi sembrano permearsi anche nei vestiti che la poetessa (interpretata da una perfetta Chynthia Nixon) indossa: dai misurati colori pastello che si permettono ancora di concedere frammenti di giorni allo svago, al beige e al nero delle sue lotte contro il mondo esterno, fino al bianco del silenzio e del lutto per la morte del padre. Un candore abbagliante, come se l’abito avesse assorbito tutta la luce dell’anima della Dickinson per spingerla fuori, a bruciare i sensi e i pensieri di chi le si para dinanzi senza essere pronto a sopportare la stessa continua necessità di guardarsi dentro. Una ricerca senza sosta, un radar che intercetta ogni minuta crepa dell’animo umano, fino a plasmare quel ‘ferro nell’animo’ che spinge Emily Dickinson a prendere le distanze dal mondo esterno, senza poterne fare davvero a meno.


Spremi qualcosa dalla verità e lì avrai la poesia”. Il personaggio Emily Dickinson che Terence Davies tratteggia non si è mai sottratto a questa missione, anche se questo voleva dire lasciar fuori l’amore. Un’esigenza che la Dickinson si è negata, cercando in essa la stessa assoluta purezza trovata nella poesia, un’amante che non l’ha mai tradita, sequestrandola in una stanza da cui ogni parvenza di amore fisico si materializzava in sembianze sciatte, imperfette, deboli. Piuttosto che scendere a compromessi Emily si ritirerà nei suoi versi, sperando di trovare nel riconoscimento da parte dei suoi lettori il calore di cui sentiva ancora il bisogno. Ma Emily Dickinson pubblico solo sette poesie in vita, delle ottocento che aveva scritto. Non poteva essere altrimenti. Scriveva la verità, senza i ‘fronzoli’ posizionati a bella posta fra un verso e l’altro tanto amati dai lettori del tempo. Scriveva del dolore del vivere, che lei sentiva amplificato e puro, potente, dirompente per chiunque non avesse avuto la stessa forza di confrontarsi con i propri demoni senza le continue distrazioni che il mondo ci offre per sopravvivere. 



E allora scendiamo anche noi le scale del silenzio, entriamo nella sua stanza, senza paura: “Se raggiungiamo il silenzio non possiamo averne paura, perché dove non c’è niente, là c’è Dio”. 


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