domenica 22 luglio 2018

La voce del silenzio, soggiorno presso l’Hotel Silence di Audur Ava Olafsdottir


Vi è mai capitato di pensare al suicidio? E se sì, come lo fareste? Un salto nel vuoto, seduti in una macchina a respirare i gas di scappamento, in una vasca mentre dai vostri polsi la vita si diluisce? Jonas Ebeneser, il protagonista del romanzo Hotel Silence dell’autrice islandese Audur Ava Olafsdottir, vorrebbe farlo con un fucile come ha fatto Hemingway, perché, come lui, è arrivato alla conclusione che sia meglio «andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse».


Sull’orlo dei cinquant’anni, con una ex moglie che lo ha sposato con un inganno e una madre che si è persa nei meandri della demenza senile, Jonas si sente solo, perso e inutile, così decide di lasciare l’Islanda per compiere il suo destino in un paese del mediterraneo appena uscito da una guerra. Ma se si può essere sicuri di non avere più nessun senso e che il mondo starebbe meglio senza di noi, questo non vuol dire automaticamente essere pronti a morire. È su questo strettissimo crinale che è costruito il romanzo dell’autrice islandese, che fa capire subito al lettore che Jonas è alla ricerca di un motivo per rinunciare al suo proposito. È per questo che si darà una settimana dal suo arrivo nel surreale Hotel Silence (dove regna un silenzioso fragoroso e si muovono personaggi rubati a un testo di Cechov) per porre fine alla sua vita, ed è per questo che terrà accesi tutti i suoi sensi per cogliere dietro gli sguardi delle persone che incontra un segnale di interesse nei suoi confronti. 


Fra citazioni di Walt Whitman, Thomas Mann, Emily Dickinson, Elisabeth Bishop, Virginia Woolf e Richard Yates, letture di vecchi diari e cronache di piccole riparazioni (di porte o cicatrici, l’importante è avere gli attrezzi giusti), Jonas disegna per il lettore un percorso dentro se stesso che è speculare a quello che compie verso gli altri. Entrambi lo porteranno a togliersi quella «scheggia di vetro nella gola» che è la tristezza. Una scheggia che basta spostare di un millimetro perché ci uccida, eppure non riusciamo a smettere di stuzzicare, come se fosse una droga a cui è impossibile assuefarsi.


Hotel Silence è un romanzo da leggere armati di coraggio e di matite. Entrambi saranno consumati dalle note a piè di pagina con cui andrete a confrontare le vostre paure con quelle di Jonas, scoprendo che non sono un vostro privilegio, ma non per questo risulteranno meno aguzze. È a quel punto che vi invito a fermare la vostra lettura e attendere. Sgorgherà il silenzio, «come una montagna» cui non potrete sottrarvi. 




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