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Quello scarafaggio di un politico e i destini di un Paese

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Per quanto tempo un moscone morto conserva un buon sapore? Come si parla senza avere una  bocca? E come ci si sente a avere uno scheletro esterno? Domande vitali per chi volesse scrivere una storia che ha come protagonista uno dei milioni di  scarafaggi con cui conviviamo nelle nostre città. Domande che potremmo girare al primo ministro  inglese, vero esperto nel campo, almeno secondo Ian McEwan e il suo nuovo romanzo Lo  scarafaggio (edito da Einaudi e tradotto da Susanna Basso).  Una metamorfosi inversa rispetto a  quella di Gregor Samsa , personaggio scolpito nella memoria collettiva di noi occidentali grazie alla  mente visionaria di Franz Kafka, risvegliatosi una mattina nei panni, anzi nel guscio di uno  scarafaggio. Il protagonista della storia di Ian McEwan vive infatti la sorte opposta, Jim Sams ,  nobile blatta dalla corazza splendente, si sveglierà una mattina in un disgustoso  corpo umano , provando così l’ebbrezz...

Ian McEwan, l’intelligenza artificiale e la questione morale

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Alla XXIII edizione del Festivaletteratura di Mantova siamo in tanti a partecipare all’incontro con Ian Mc Ewan dedicato alla stampa. La location è quanto mai sorprendente per discutere di un libro ( Machines like me , appena tradotto da Susanna Basso e pubblicato da Einaudi) che racconta di un triangolo fra un uomo, una donna e un robot. Per capire cosa ha spinto il grande romanziere britannico a confrontarsi con l’Intelligenza Artificiale e le sue implicazioni (morali, economiche, sociali e amorose), l’organizzazione del Festival ha scelto una sala che avrebbe fatto invidia a Tolkien. Con il suo lampadario in ferro battuto che si aggancia alle volte lignee con tanto di stemmi di cavalieri e un filare di sedie che sarebbero andate bene per circondare la tavola rotonda di re Artù. Eppure il contrasto fra location e tema del libro è solo apparente. Se infatti il romanzo di MC Ewan ci racconta di un 1982 alternativo in cui la Gran Bretagna ha perso la guerra delle Falkland ed Alan...

La prima volta di un americano al Man Booker Prize

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L’anno scorso era toccato a Marlon James con il suo A Brief History of Seven Killing, Breve storia di sette omicidi  (Frassinelli) riuscire, da perfetto outsider, a vincere il Man Booker Prize, il più blasonato tra i premi britannici dedicato ai romanzi in lingua inglese. James aveva dovuto sopportare ogni genere di rifiuto (secondo l’autore ben 78 dinieghi) prima di riuscire a pubblicare il suo libro con una piccola casa editrice indipendente. Un romanzo lunghissimo (668 pagine) e intricatissimo (con ben 75 personaggi, ambientato a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento in Jamaica), una storia lontana anni luce dalla ricetta di un buon bestseller : ritmo che non lasci il tempo di fermarsi a riflettere, struttura semplice, pochi personaggi, scrittura così lineare da apparire a volte asettica, una trama in cui sia facile per il lettore trovare delle assonanze con la propria vita. Tutto si può dire di A Brief History of Seven Killing tranne che risponda a queste regole. Eppu...