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Visualizzazione dei post con l'etichetta Hemingway

Ri-Svegliarsi negli anni ’20 insieme a Paolo Di Paolo

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“ Le decadi, dice Hemingway, finiscono ogni dieci anni, mentre le epoche possono finire in qualsiasi momento ”.  Decidere da dove iniziare a parlare del l’ultimo lavoro di Paolo Di Paolo ( Svegliarsi negli anni Venti . Il cambiamento, i sogni e le paure da un secolo all'altro – collana Strade Blu di Mondadori) è una sfida che mi ha costretto a rivedere l’incipit di questa recensione più e più volte, scegliendo prima una frase di Saul Bellow, poi una di Virginia Woolf, sostituita da Paul Valéry, fino alla citazione al quadrato che leggete, estratta direttamente dal ‘Paolo Di Paolo pensiero’.  Nessuna però sembra cogliere appieno la chiave di lettura di questo libro, tanto che, alla fine, avevo deciso di eliminare la citazione e iniziare a raccontarvi quanto fosse complesso etichettare questo testo (un romanzo o un saggio?), parlandovi della sua capacità di raccontare il cambiamento che stiamo vivendo in questo tormentato primo ventennio del XXI secolo, del parallelismo con g...

Jonathan Franzen e lo scrittore un-social

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Qualche giorno fa stavo leggendo un romanzo in cui il protagonista inizia a documentarsi sugli scrittori che hanno tentato il suicidio. Ciò che lo attrae non è il motivo che li ha spinti a fare questa scelta, quanto il metodo che hanno utilizzato per porre fine alla loro vita. Hemingway, Pavese, Plath, Woolf, molti sono gli scrittori che hanno voluto decidere quando e come chiudere con la loro vita. Mi sono domandato subito quanti di noi riuscirebbero a fare lo stesso con il loro profilo sui social che oggi sembra rappresentarci molto più del nostro involucro di carne e ossa.  Ognuno rinchiuso nella sua bolla di ‘amici’ preselezionati dalla Rete per farci conoscere solo chi la pensa come noi, chi ha le stesse idee, passioni, valori, tanto da illuderci che l’umanità non è altro che un nostro riflesso, che siamo la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione. Sentirsi accettati è importante, è uno dei primi bisogni che sviluppa un essere umano, fin da bambino, da quando...

Sony World Photography Awards 2013, una possibilità per cambiare obiettivo.

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Christian Aslund - Sweden Londra è la capitale europea dell’innovazione.  Dall’ architettura , che si evolve e osa costruire nonostante la crisi, alla musica che si diffonde nella città infiammando quartieri e orecchie, dalla danza che si mette costantemente alla prova, al teatro che trova nella scrittura il suo rifugio più luminoso e più rischioso, dimostrando che chi osa può anche riuscire a ottenere il giusto riconoscimento . Londra, così pronta a cambiare punto di vista sulle persone che la formano e la agitano, da passare senza sosta da obiettivo in obiettivo (soprattutto se il risultato lo si vedrà a lungo termine), senza aver paura di muovere avanti e indietro il suo zoom, se questo potrà attirare gli occhi del mondo su una nuova idea. E allora Londra e nessun’altra poteva essere scelta dalla World Photography Organisation (WPO) come sede per l’esposizione al pubblico dei vincitori dei Sony World Photography Awards   (la più ampia e rinomata gara di ta...

Una parola, un verso: trentaduesima – matto

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- Senti, - disse l’ometto – io non sono mica giusto. - Cos’ha? - Sono matto. Si mise il berretto. Nick aveva voglia di ridere. - Lei sta benissimo – disse. - No, non è vero. Sono matto. Di’, sei mai stato matto, tu? - No, – disse Nick – com’è quando si diventa matti? - Non lo so, - disse Ad- quando sei diventato matto, mica lo sai come lo sei diventato. Tu mi conosci, no? - No. Questo irresistibile scambio è estratto da un racconto di poche pagine di Ernest Hemingway , intitolato Il lottatore del 1938 e racchiude in sé, con la maestria difficilmente inarrivabile di Hemingway autore di racconti, tutto quello che c’è da sapere sull’essere matto, ossia nulla, nulla di veramente spiegabile. Perché, chi decide che quel comportamento, quella parola, quel tono di voce, quel gesto siano indice chiaro di pazzia? Perché se l’ Ad del racconto di Hemingway sceglie di accogliere uno sconosciuto intorno al suo fuoco e poi divide con lui il suo cibo è subito identificato...

Di cosa parlano gli scrittori...fra di loro? Anche di rimborsi per lesa capacità.

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  Mi viene in mente una storiella ricordata da David Lipsky nel suo viaggio-intervista con David Foster Wallace, nel libro Come diventare se stessi (minimum fax 2011), in cui Lipsky racconta un fantomatico incontro fra Joyce e Proust . Joyce parlò per primo: «Ho gli occhi ridotti malissimo». E Proust di rimando: «Il mio povero stomaco, non so che fare! Anzi, devo andarmene subito». Ma Joyce non si arrese e lo superò: «Io seguirei il tuo esempio, se solo trovassi qualcuno che mi tiene sottobraccio». Il lettore si sarebbe aspettato chissà quali discorsi da due divinità della letteratura occidentale e invece ipocondriaci, egocentrici, pronti a tutto pur di attirare l’attenzione, su di sé naturalmente. Come direbbe Oscar Wilde « moderazione in tutto, a cominciare dalla moderazione stessa ». Moderazione che non ha ispirato Vincenzo Ostuni, editor di Emanuele Trevi, quando profondamente turbato (per usare un eufemismo) ha detto ciò che  ha detto (vedi post di imago del 15/07/201...