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L’ultimo atto del signor Beckett

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Entrare nella mente di Samuel Beckett è il sogno di chiunque abbia assistito alla messa in scena di una sua opera. Un’immaginazione così divergente e inarrestabile da trasformare il silenzio più oscuro e denso dell’animo umano in un palcoscenico di voci interiori che danno corpo alle domande schivate per una vita.  Aspettando Godot, Finale di partita, L’ultimo nastro di Krapp  e (il mio testo teatrale favorito)  Giorni felici  (ricordo la  messa in scena di Bob Wilson  con una Adriana Asti in stato di grazia al Festival dei due mondi di Spoleto) ci costringono a osservarci, mentre sguazziamo nel quieto vivere, sotterrati fino al collo dalle nostre paure, aspettando un salvatore esterno che non esiste . Per questo, quando la giornalista francese  Maylis Besserie  ha esordito con il romanzo  L’ultimo atto del signor Beckett  (pubblicato in Italia da Voland nella collana  Amazzoni  e tradotto da Daniele Petruccioli), in cui racco...

Klara, Kazuo e l’arte della dilazione

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Si dice che un romanziere scriva sempre la stessa storia, scavando nei suoi personaggi, ancóra e ancóra, per avvicinarsi sempre di più a ciò che vogliono dire. Nel caso di Kazuo Ishiguro e del suo ultimo romanzo ( Klara e il sole – edito in Italia da Einaudi e tradotto da Susanna Basso) lo scavo è quanto mai accurato, come se l’obiettivo fosse quello di proiettare il lettore al centro dell’anima della narrazione senza spargere nemmeno un granello di dolore in più del necessario.   Nel primo romanzo dopo il premio Nobel per la letteratura del 2017 , l’autore giapponese che scrive in inglese (si è trasferito in UK a cinque anni), famoso per romanzi di scavo psicologico come Quel che resta del giorno (con cui aveva vinto il Booker Pize nel 1989 e da cui era stato tratto l’omonimo film di James Ivory ), torna a solcare il mare dell’animo umano munito di cesello , descrivendo il percorso che compiamo per diventare consapevoli delle nostre emozioni, degli errori realizzati e soprattutto...

Rosso Cina. Una lotta fra Nobel e libertà

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Sarà per la bandiera, sarà per il libretto di Mao, sarà per le lanterne di carta che abitano l’immaginario collettivo dopo il film di Zhāng Yìmóu , ma spesso, quando pensiamo a questo "paese-continente", pensiamo rosso . Probabilmente dall’11 ottobre il rosso e la Cina saranno ancora più inscindibili nella nostra mente. Giovedì scorso l’Accademia reale svedese ha assegnato il premio Nobel per la letteratura a Mo Yan , scrittore e sceneggiatore cinese, conosciuto in Italia soprattutto per il suo romanzo  S orgo rosso (Einaudi, 2005), che offre una vista sulla storia cinese dagli anni ’20 agli anni ’70 e che ha come scenario unificante il sorgo, cereale dalle spighe vermiglie, tappeto di sangue su cui Mo Yan fa consumare battaglie di ogni tipo. Da questo romanzo, sempre Zhāng Yìmóu, ha tratto l’omonimo film che ha vinto l’orso d’oro al festival di Berlino nel 1988. Mo Yan In una delle rare interviste che si trovano in lingua italiana sulla rete, Mo Yan ricorda i...

Una parola, un verso: ventisettesima - memento

“ Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so» . Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma appena ha finito di scrivere già lo assale il dubbio ”. Questa frase, inno al migliore fra i dubbi, quello per la propria conoscenza, la si deve a Wislawa Szymborska e fu pronunciata il 7 dicembre 1996 alla consegna del premio Nobel per la Letteratura. Dal giorno successivo buona parte del mondo iniziò a chiedersi chi fosse questa poetessa polacca, perché il prestigioso premio fosse andato proprio a lei e quale fosse il reale valore della sua opera. Soprattutto in Italia, l’assegnazione del Nobel ad un’autrice delle cosiddette letterature “minori”, creò parecchie reazioni di fastidio e sconcerto. Fu definita al tempo «poetessa sconosciuta» da parte della nostra stampa, che evidentemente non seguì il consiglio della Szymborska e non vide nel proprio «non so» una nuova (e in questo caso necessaria) opportunità di conoscenza. Alcuni lettori di quel...