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Una zolletta di ispirazione in una tazza di notte.

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Qualche tempo fa mi sono immerso con sommo piacere in uno stralcio di un’intervista ad Antonio Tabucchi ,  in cui lo scrittore si definisce un solitario contraddittorio . Da un lato troppo amante della solitudine e della concentrazione che in essa si nasconde, dall'altro spaventato dalle sue conseguenze estreme: l’auto-analisi spinta all'eccesso,  le ossessioni, le piccole manie che si mutano in psicosi e che ci fanno temere di rimanere insonni, per l’intera notte, a cercare di controllarle. Lì, con gli occhi spalancati a registrare rumori inesistenti, mentre la nostra casa dorme, la città si accuccia nel ricordo della giornata appena strombazzata via e il vento sembra placare se stesso e ogni sogno che gli è stato lanciato addosso da occhi tristi, un tempo troppo arrabbiati, ora soltanto delusi. Ultimamente resto spesso sveglio di notte. Non che non mi piacerebbe dormire, è che proprio non riesco a trattenere il pensiero. So che molti di voi saranno stati...

L’illuminazione? Siamo pronti, ma che sia lenta e duratura.

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Cosa spinge un uomo ad iniziare a scrivere? Perché privarsi di tante sezioni della propria vita pur di  rielaborare alcuni spiragli di quella altrui? Necessità di esprimere se stessi, volontà di richiamare l’attenzione dei lettori su uno specifico tema, voglia di notorietà, di essere al centro dell’attenzione senza esporsi fisicamente, ma “soltanto” mentalmente. Tutte risposte possibili e in parte giuste, ma in tempi in cui l’illuminazione, la folgorazione e l’impegno artistico sono così rari, perché ad essi seguono sempre anni di duro lavoro, si deve tentare di fare di più. Un articolo di Pierluigi Battista , apparso su LaLettura lo scorso 20 maggio, dava una interpretazione molto interessante del successo di pubblico dell’ultimo salone del libro di Torino, successo che sembrerebbe  mal  sposarsi con il calo delle vendite in Italia e l’emorragia di lettori davanti al quale i dati Nielsen sul primo trimestre 2012 ci ha messo di fronte. Battista sostiene che non sia ...

Un déjà-lu con Patti Smith e Doris Lessing

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Vi è mai capitato di imbattervi in un testo che fin dalle prime righe fa scattare in voi una sensazione di déjà-vu anzi di déjà-lu ? A me è capitato con un piccolo mémoire di Patti Smith sull’ultimo numero della rivista New Yorker . Patti, anzi Patricia come insisteva a chiamarla sua madre, ricorda un evento della sua fanciullezza provocato da un’improvvisa sensazione di bisogno che probabilmente ha tormentato ognuno di noi: desiderare così fortemente qualcosa da essere disposti a tutto (o quasi) pur di ottenerla . Tanto che non c’erano sguardi di rimprovero o gesti di diniego dei nostri genitori a spaventarci, perché quel bisogno era improvvisamente divenuto impellente, vitale, assoluto. Fin qui nulla di nuovo direte voi e avreste ragione se non fosse che il bisogno imprescindibile di possesso della piccola Patricia in questione era rivolto ad un libro. E non ad un semplice libro per bambini o meglio ancora ad un album di figurine (l’unico oggetto ante anni ’90 paragonabile per d...