Ansia: percorso di scrittura o pesante fardello?
«L’atto della nascita è la prima
esperienza d’ansia.» Se Sigmund Freud decreta che il legame fra essere umano e
ansia è un cordone che parte dall’utero materno, di cui non ci si libererà per
tutta la vita, è l’utilizzo che si fa di questa emozione e lo spazio che ad
essa si concede che può trasformarla in quello che gli psicologi definiscono un
‘disturbo’.
Attacchi di panico, disturbi
ossessivo-compulsivi, stress post-traumatico, fobie, sbalzi umorali, disturbi
alimentari, indecisione cronica, la lingua parlata si arricchisce di termini
che entrano nel dizionario comune, fornendo spunti ai film di Woody Allen, format a serie TV o a reality show. Il 20%
della popolazione statunitense è affetta da disturbi collegati all’ansia, l11%
in Italia, ma i numeri sono ben lontani dal circoscrivere il fenomeno, poiché
molte persone alle prese con le poliedriche facce dell’ansia non si rivolgono a
uno specialista e quindi non vengono tracciate.
Ma l’ansia è un male? E perché non ci è mai capitato di avvistare un
maiale alle prese con l’iperventilazione o una mucca che si scusa con la vicina
di mangiatoia perché non può gestire un attacco di cleptomania erbivora?
Qualche risposta per interrogarci sul
nostro stato di salute e farci prendere dall’ansia (positiva) di capire di cosa
si parla quando si parla di ansia, possiamo cercarla nel libro di Joseph E.
LeDoux (neuroscienziato americano, professore alla NYU, direttore dell’Emotional Brain Institute ed esperto nei meccanismi che
regolano la paura e l’ansia) Ansia. Come il cervello ci aiuta a
capirla, appena tradotto in italiano da
Raffaello Cortina Editore. «Anche se
siamo nel presente, viviamo per il futuro. Questa autoconsapevolezza - ci spiega LeDoux - è la nostra benedizione e la nostra maledizione. Essa ci permette
di sforzarci per realizzare qualcosa, ma anche di preoccuparci del possibile
fallimento.» Ed è qui che l’ansia, quella negativa, quella che ci blocca
dall’interno, che ci fa sembrare inutile qualsiasi azione o decisione, quella
che ci fa vedere come gli altri riescono dove noi puntualmente falliamo, quella
che alla fine ci paralizza, chiudendoci a doppia mandata in noi stessi e
ingoiando la chiave, trova terreno fertile e cresce. Come l’albero di fagioli
magici della favola, non sembra avere limiti, saltando al giorno successivo,
all’anno successivo, alla fine della nostra esistenza, costringendoci a
voltarci indietro e prendere atto che nulla è andato come volevamo. E allora
ognuno di noi inventa i propri modi per smettere di guardare. Cose che può
pensare, fare o non fare perché ciò che ha visto non si realizzi.
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Joseph E. LeDoux |
A volte, per superare quella che
LeDoux definisce «assemblaggio cognitivo» fra reazioni innate, esperienze
memorizzate e proiezioni future, bisogna inventare realtà così diverse dalla
propria da rendere il salto da compiere per raggiungerle troppo ampio persino
per l’ansia. È così che sono nati molti
grandi e innovativi romanzi del Novecento: dall’ansia dei loro autori, dalla
depressione, dagli sbalzi umorali e dalla certezza ossessiva di non essere
ancora arrivati lì dove sarebbero potuti arrivare per fuggire a loro stessi.
Virginia Woolf, Franz Kafka, Ezra Pound, Edgar Allan Poe, Philip K. Dick,
Sylvia Plath, solo per citare alcuni grandi scrittori diversi per genere e
stile letterario, tutti preda dell’ansia nelle sue forme più aggressive.
Si potrebbe pensare che l’ansia
sia ingrediente necessario per un buon romanzo, percorso di scrittura che porta a
esplorare le paure più recondite di un essere umano, restituendo al lettore
personaggi intensi, pieni di sfumature. Virginia Woolf sosteneva che i
personaggi erano delle miniere in cui scavare e scavare, senza fermarsi, senza
mai accontentarsi delle sensazioni che da essi poteva estrarre, usando nei loro
confronti lo stesso feroce ed implacabile giudizio che applicava a se stessa. «Quella eccitantissima perversione di
vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo
minore di quanto in realtà ne
occorrerebbe.» Diceva
Hemingway per spiegare il tentativo di spostarsi più rapidamente della sua
mente. E allora se l’ansia può essere vista anche come un quid pluris, un dono darwiniano che ha permesso all’uomo di
immaginare futuri eventi e pericoli mai incontrati sul suo cammino e su questo
ha costruito la sua curiosità e la sua evoluzione, lo è ancor di più per uno
scrittore, che in quei luoghi mai sperimentati non solo porta se stesso, ma
vorrebbe risucchiare tutti i suoi adepti-lettori. Lettori che diventano
dipendenti dalle creazioni dell’ansia degli scrittori in un gioco continuo di
creazione e abbattimento che Kafka spiega in un verso alla perfezione: «come un
sentiero d’autunno: appena tutto è spazzato, si copre nuovamente di foglie
secche.»
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