Le “Operette Morali” di Mario Martone

E così, chi nelle scorse settimane ha avuto la fortuna di andare al teatro Argentina di Roma, si è trovato davanti ad uno dei testi più interessanti ed innovativi dei primi dell’Ottocento. Perché se tutti siamo avvezzi a considerare Giacomo Leopardi uno dei più grandi poeti italiani, in pochi penserebbero a lui come ad un fine umorista. Le “Operette Morali” invece rappresentano, in forma di dialogo o di semplice narrazione in chiave ironica, uno splendido esempio di satira sull’essere umano, sulle sue presunzioni e sulle sue disoneste certezze.
Quest’opera dimostra come la letteratura sappia rinnovarsi, osando voci sempre nuove, scontrandosi inevitabilmente contro coloro che a queste voci nuove, magari poco alla moda e sicuramente non piacevoli da ascoltare, preferiscono una confortevole tradizione, che livelli il pensiero e renda noioso e sicuro il nostro viaggio.
Martone, come Leopardi, non si risparmia, offrendo agli spettatori tutto il tormento e i dubbi che hanno afflitto il sommo poeta e che l’essere umano continua ad ignorare, credendo così di annullare l’incertezza sulla sua ragion d’essere. L’abilità del regista sta nel aver colto lo spirito con cui Leopardi aveva ideato l’opera, partendo dal presupposto che, come ci dice il poeta nel “Dialogo fra Timandro ed Eleandro”, se la sofferenza per l’insensatezza della vita permane e in lei il dubbio si rincuora, è sempre meglio impacchettarla in un sorriso. E il pubblico ha sorriso e ha pensato durante lo scorrere dei dialoghi leopardiani, mentre scopriva, ancora una volta (speriamo), che il mondo non ruota intorno all’uomo.., ma agli elfi e agli gnomi!
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Spettacolare!!!
RispondiEliminaL'ho visto il 15 maggio, ultima recita.
Martone è un grande.
Ha reso interessante e ricco di sorprese un testo tutt'altro che facile.
Condivido il tuo post e il riferimento all'idea di Leopardi che la scuaola ci inculca. Luca
Grazie Luca,
RispondiEliminafra i miei preferiti, il "dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie" che dimostra quanto le domande più "insulse" siano spesso le prime a "venirci fuori" ed ovviamente quello fra "Timandro ed Eleandro", che consolida magnificamente tutte le sublimi ossessioni dello scrittore.
A presto
Pierfrancesco