Lezioni d’equilibrio. Siti e Piperno a confronto.

Ecco, lo stato di equilibrio instabile con cui si è dovuto confrontare l’attore in questione (aneddoto narrato da Bulgakov in cui si riconosce Stanislavskij), è lo stesso in cui Walter Siti, in un colloquio con Alessandro Piperno sul realismo in letteratura durante l’ultima edizione di Libri Come, ha dichiarato di vivere mentre scrive. Un corpo a corpo fra realtà e realismo, fra riproduzione fedele e sbavatura voluta e sofferta della realtà che rende, questa e non la prima, davvero vivo un personaggio o una storia. Spinto da Piperno a dichiarare la sua scarsa dipendenza dalla ricerca psicologica del personaggio (in alcuni casi vera e propria avversione), Siti collega questa scelta anche alla sua predilezione per la prima persona e il tempo presente, perché «devo essere io il primo a crederci, a muovermi nella storia e a sorprendermi per qualcosa di inatteso che accade. Non m’interessa capire ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo.» Antitetica la visione di Piperno, per il quale l’analisi psicologica del personaggio, la sua storia pregressa, le ragioni che lo hanno portato a comportarsi in un certo modo, le sue colpe e le sue paure prevalgono sul presente, facendo sentire tutto il loro peso sulle azioni, ecco quindi la predilezione di Piperno per i tempi imperfetti, tempi dove tutto è già compiuto, anche se deve ancora essere nel flusso narrativo.
Biciclette diverse quelle scelte dai due autori, ma percorsi altrettanto complessi per riuscire a rafforzare nel lettore quell’idea di verosimile su cui si regge gran parte della nostra letteratura. Anch’essa in equilibrio instabile, sospinta da ogni dubbio, metafora o metonimia che lo scrittore sa gonfiare, pur di arpionare il lettore alla storia e all’esplorazione degli scalpitanti egoismi umani.
Ascoltando la dicotomia della bicicletta sitiana viene alla mente l’intervista di qualche settimana fa a Philippe Djian, autore francese, famoso per il suo 37°2 al mattino (edizioni Voland, 2010), che sosteneva che per lui la storia non è importante, «è un po’ come un campo da gioco. Può accadere qualsiasi cosa.» Ciò che davvero conta, ci dice Djian, è la lingua e il lavoro che lo scrittore sa fare con essa, oltre questo non c’è null’altro.
Chissà cosa ne penserebbero Siti e Piperno?
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